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© Rodolfo Calanca, 2005 - Scienziati pacifisti e combattenti durante la prima guerra mondiale |
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Rodolfo Calanca
Scienziati pacifisti e combattenti durante la prima guerra mondiale
Proprio in questi giorni (inizi del 2005) ho avuto di nuovo per le mani uno dei più suggestivi libri di divulgazione astronomica, apparso nel lontano 1920, Spazio, tempo e gravitazione scritto da Arthur S. Eddington (1882-1944), uno dei massimi specialisti della relatività, a lungo direttore degli Osservatori di Greenwich e di Cambridge. Ero particolarmente interessato al magistrale capitolo intitolato Il peso della luce, nel quale l’Autore illustra un fenomeno che avrebbe potuto confermare la piena validità scientifica della relatività generale di Einstein, teoria formulata pochi anni prima dell’uscita del suo libro: la luce delle stelle rasente alla superficie del Sole subisce una deviazione angolare pari a 1”,75, mentre, secondo Newton, essa è esattamente la metà di questo valore. Nei primi decenni del Novecento l’unica possibilità di osservare questa presunta deviazione era offerta dalle eclissi totali di Sole. Un’eclissi straordinariamente fortunata avvenne il 29 maggio 1919, quando il Sole si trovò nel mezzo dell’ammasso delle Iadi, “di gran lunga il migliore campo stellare che [il Sole] possa incontrare”. Per l’occasione furono organizzate due spedizioni, una a Sobral in Brasile guidata da A.C.D. Crommelin e C. Davidson e l’altra all’isola di Principe nel Golfo di Guinea nell’Africa occidentale, con a capo lo stesso Eddington. E’ ben noto che i risultati delle due spedizioni confermarono le previsioni della teoria della relatività: “i risultati indicarono uno spostamento ben definito, in buon accordo con la teoria di Einstein e in contrasto con le previsioni newtoniane”. Ciò che Eddington non dice nel suo libro è che la sua partecipazione all’osservazione di quella eclisse di Sole lo salvò dalla corte marziale. Infatti, da quacchero devoto, aveva rifiutato di arruolarsi nell’esercito durante la Prima Guerra mondiale: “la mia opposizione alla guerra si fonda su ragioni religiose… Quand’anche l’astensione degli obiettori di coscienza facesse la differenza tra la vittoria e la sconfitta, non possiamo giovare alla nazione disobbedendo deliberatamente alla volontà divina”. Ciò lo aveva portato ad un passa dal campo di detenzione. A salvarlo fu Frank Dyson (1868-1939), l’allora astronomo reale, che affrontò di petto l’Ammiragliato britannico sostenendo che Eddington avrebbe potuto servire benissimo il suo Paese organizzando e guidando una delle spedizioni per l’osservazione dell’eclisse del 29 maggio 1919.
Mi interessava anche vedere se nel suo libro si faceva riferimento ad un’altra spedizione solare, organizzata anch’essa per verificare lo stesso fenomeno relativistico, ma miseramente abortita a causa dello scoppio della Grande Guerra: quella condotta dall‘astronomo tedesco Erwin Freundlich (1885-1964), fraterno amico di Einstein. Purtroppo Eddington non dava alcuna notizia su Freundlich e della sua importante collaborazione con il padre della relatività. I due, fin dal 1912, si erano chiesti se Giove, il gigante del sistema solare, avesse dimensioni sufficienti a deviare la luce proveniente da una stella lontana. Studi successivi negavano questa possibilità: “Se solo la natura ci avesse dato un pianeta più grande di Giove!”, scriveva accorato Einstein, il quale allora rivolse la sua attenzione al Sole, tanto che, un anno dopo, in una lettera a Freundlich, propose, per la prima volta, di cercare lo spostamento delle stelle durante un’eclissi solare totale. Essi decisero quindi di organizzare una spedizione in Crimea per fotografare l’eclissi di Sole del 21 agosto 1914. Einstein contava moltissimo sull’esito di questa osservazione per consolidare la sua reputazione scientifica ed il progetto lo ossessionò al punto di mettere insistentemente sotto pressione l’amico. Finalmente, il 19 luglio 1914 Freundlich lasciò Berlino diretto in Crimea, senza far caso al grave momento politico che stava degenerando in un catastrofico conflitto di proporzioni mondiali. Infatti, solo un mese prima, l’arciduca Francesco Ferdinando era stato assassinato a Sarajevo. Freundlich arrivò in Russia per nulla preoccupato dalle notizie che davano la Germania ormai in guerra con quel Paese. Come è stato fatto notare, “essere cittadini tedeschi in giro per la Russia con un carico di telescopi era una sicura fonte di guai, e non c’è quindi da sorprendersi che Freundlich fosse arrestato con il sospetto di essere una spia”. Ma la cosa peggiore per l’astronomo fu quella di essere fermato prima del verificarsi dell’eclissi e questo fatto sancì il completo fallimento della spedizione. In mezzo a tutte queste disgrazie, ebbe però un colpo di fortuna che gli risparmiò una spiacevole detenzione nelle prigioni dello Zar, quando i suoi compatrioti arrestarono un gruppo di diplomatici russi che servirono per organizzare uno scambio di prigionieri. Fu così che l’astronomo poté rientrare in patria senza danni. Questa sfortunata spedizione può essere presa come simbolo del congelamento di ogni progresso nella scienza, in conseguenza di quattro anni di guerra cruenta. Non bisogna poi dimenticare che il conflitto vide impegnate molte delle più brillanti menti scientifiche d’Europa, alcune delle quali vi persero tragicamente la vita. Anche per questo motivo la fisica e l’astronomia entrarono in una situazione di stallo. Una delle vittime più prestigiose fu l’astronomo e fisico tedesco Karl Schwarzschild (1873-1916), direttore dell’Osservatorio di Potsdam ed uno dei primi studiosi della relatività generale. Si era arruolato volontario, non più giovanissimo, nel 1914. Bloccato nelle trincee russe, continuò a scrivere lavori scientifici, uno dei quali fu presentato da Einstein all’Accademia prussiana delle scienze ma, rimandato in patria per una fatale malattia contratta durante i durissimi mesi di guerra, morì poco dopo all’età di 43 anni. Sull’altro fronte, una sorte altrettanto crudele toccò al geniale fisico inglese Henry Gwyn Jeffreys Moseley (1887-1915), anch’egli volontario e destinato a Gallipoli a combattere l’impero ottomano. All’alba del 10 agosto 1915 i turchi scatenarono la ferocissima battaglia di Suvla Bay, ingaggiando sanguinosi combattimenti all’arma bianca. In uno di questi, Moseley fu brutalmente ucciso: aveva appena 28 anni.
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