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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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LE COMETE NEL SETTECENTO E I LORO POSSIBILI IMPATTI CON LA TERRA
Parte 2
Le comete come corpi celesti; Lalande ed il possibile impatto di una cometa con la Terra
di RODOLFO CALANCA |
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William
Whiston, noto per essere stato indicato dallo stesso Newton quale suo
successore all’università di Cambridge, era più che convinto che le
comete fossero corpi celesti di grandi dimensioni e massa.
La
cometa del 1680, e la straordinaria abilità con la quale Newton era
riuscito a calcolarne, con un metodo assolutamente originale, un’orbita
accurata, dalla quale risultava che essa aveva sfiorato il Sole al suo
passaggio al perielio, esercitò su di lui una straordinaria impressione.
Matematico
e teologo, considerato da molti un mistico visionario incline
all’eresia, a lungo perseguitato per aver messo in dubbio il dogma della
Trinità, fu autore della Nuova Teoria della Terra, pubblicata nel
1696.
In
quest’opera, Whiston attribuisce ad alcune comete un ruolo fondamentale
nella storia del pianeta e dell’umanità. Le sue idee sulla creazione
del mondo, una combinazione inestricabile, e per molti versi del tutto
incomprensibile per la mentalità scientifica dell’uomo moderno, di idee
ispirate a Newton, all’Antico Testamento, all’Apocalisse e ad
Aristotele, esercitarono un certo influsso sul pensiero cosmogonico
settecentesco.
Nella
sua teoria, la Terra stessa era, in origine, una cometa. Il suo nucleo,
formato da una materia molto dura, compatta e caldissima, era dunque
avvolto, come tutte le comete, da un’atmosfera densa e buia,
impermeabile alla luce, ciò che la Genesi descrive come l’abisso
sovrastato dalle tenebre (tenebrae erant super facies abissi).
La
causa del grande calore contenuto nel nucleo del nostro pianeta era da
ricercarsi, secondo Whiston, nel passaggio della cometa in prossimità del
Sole, quando essa assorbì ed accumulò un calore bruciante. Per renderla
abitabile fu però necessario un intervento del Sovrano Maestro
dell’Universo che badò a diminuirne la forza centrifuga e a rendere
quasi circolare la sua orbita: fu in quel momento che la cometa divenne un
pianeta.
Quando
ancora regnava il caos, l’atmosfera terrestre era dieci volte più
estesa del suo nucleo ed era composta da due sostanze distinte. L’una
conteneva un piccolo numero di particelle secche, solide e terrose, con
una quantità ancora minore di particelle umide e aeree, l’altra, un
fluido denso e pesante: tutto questo era confusamente mescolato e formava
il vero caos primigenio.
Finalmente
l’ordine sostituì il caos e le parti fluide, dense e spesse, discesero
verso il nucleo, avvolgendolo. L’aria, l’acqua e le parti terrose,
ancora per qualche tempo rimasero mescolate, intercettando i raggi del
Sole. A poco a poco l’atmosfera si purificò, divenendo trasparente come
ai giorni nostri.
Il
passo successivo di questa saga cosmica è racchiuso in una nuova
interpretazione del diluvio universale, nel quale una funzione
fondamentale è svolta da una cometa che ben conosciamo. L’antefatto era
che Dio, prevedendo i peccati dell’uomo, nel momento stesso della
creazione, aveva predisposto una punizione terribile sotto forma di un
immenso diluvio. Una cometa doveva essere lo strumento della sua vendetta:
essa era quella del 1680, in uno dei suoi antichi ritorni (il periodo
della cometa era stato calcolato da Halley in 575 anni). La punizione
divina prese il via venerdì 28 novembre dell’anno 2349 a.C., quando la
cometa, giunta nei pressi del nodo discendente della sua orbita, si trovò
a sole 4000 miglia dalla superficie terrestre, esattamente sulla verticale
dell’Armenia.
L’attrazione
prodotta dalla sua massa, che Whiston stimava sei volte maggiore della
Luna, frantumò le montagne e fratturò la crosta terrestre, provocando
l’uscita delle acque sotterranee contenute negli abissi. La coda della
cometa, ricca di acqua e di polveri, mescolandosi con l’atmosfera
terrestre, la caricò di nubi, che provocarono una pioggia torrenziale
durata i quaranta giorni biblici.
Ma
non era ancora finita, egli volle chiudere quel cerchio che, dalla
creazione, conduce alla fine del mondo. Ispirandosi all’Apocalisse,
prevede che una catastrofe di dimensioni ancora maggiori avverrà alla
fine dei giorni, quando un’altra cometa passerà vicinissima alla Terra,
modificandone l’orbita e trasformandola in un’ellisse molto
eccentrica. Al suo passaggio al perielio, la coda della cometa si sarà
riscaldata nei raggi solari raggiungendo una temperatura duemila volte
maggiore di quella del ferro rosso, e la Terra, attraversandola, si
troverà esposta ad un calore estremo: essa perirà, così come tutti i
suoi abitanti, tra le fiamme purificatrici di un incendio universale.
La
teoria del Diluvio, così ampiamente trattata da Whiston, era chiaramente
mutuata da un vasto affresco metafisico disegnato da un famoso
“catastrofista” scozzese, Thomas Burnet, che l’aveva proposta nella
sua famosa Teoria Sacra della Terra (1680).
Burnet,
in quell’opera, cercò di trovare un accordo tra le Sacre Scritture ed
alcune idee cartesiane: ammettere, cioè, che la Terra, nel passato, sia
stata diversa da quella attuale e che le mutazioni che essa ha subito,
siano state prodotte da avvenimenti repentini, catastrofici, di una
portata tale da coinvolgere l’intero pianeta. In questo modo, il diluvio
conservava il suo carattere di universalità, e non era ridotto, come
invece sostenevano i filosofi “libertini”, ad un semplice episodio di
una storia locale. I libertini, una setta apparsa ai tempi della
Riforma protestante, professava opinioni panteistiche. In Francia, nel
XVII secolo, essi furono gli eredi del razionalismo rinascimentale, e si
distinsero sia per la negazione di alcuni dogmi cattolici, sia perché
consideravano alcune narrazioni della Bibbia come il frutto di miti senza
precise basi storiche.
Nella
concezione di Burnet, alle origini, la Terra era una massa fluida dove
erano presenti i materiali e gli ingredienti di tutti i corpi confusamente
mescolati. La parola divina mise ordine nel caos e, alla fine di un
processo di breve durata, la superficie terrestre si presentava
perfettamente liscia, priva di montagne, con al suo interno le acque del
grande abisso: questo era il Paradiso Terrestre.
Quando
Dio volle punire i peccati dell’uomo, l’uscita delle acque interne
provocò il diluvio, i vapori condensarono ai poli e precipitarono verso
l’equatore. Poi, lentamente, le acque ritornarono entro l’abisso, in
un processo tuttora in atto, lasciando una Terra sconvolta. La Terra, ma
anche la Luna, divennero le immagini di una grande rovina, e conservano
l’aspetto di un mondo che giace nelle sue macerie.
Le
suggestioni apocalittiche di Burnet e di Whiston influirono profondamente
su David Gregory, professore ad Oxford alla fine del Seicento, il quale,
in un suo famosissimo trattato di astronomia, considerato un testo di
riferimento in tutte le università europee, invitava i filosofi a
non sottovalutare il pericolo costituito dalle comete, e di non
prenderle troppo alla leggera: anch’egli afferma che le esalazioni
della coda di una cometa, mescolate con l’aria che respiriamo,
produrrebbe degli effetti mortali per ogni forma di vita che popola il
nostro pianeta. Era inoltre convinto che una cometa, passando molto vicina
alla Terra, potesse alterarne il moto trasformando il nostro pianeta in
una cometa con un’orbita ellittica di altissima eccentricità.
Nei
decenni successivi le comete vennnero universalmente considerate come
corpi celesti molto antichi, soggette, nei loro movimenti, alle stesse
leggi che governano i pianeti, ossia la gravitazione di Newton e le leggi
di Kepler che da essa derivano. Si riteneva che il nucleo delle comete
fosse un corpo solido, le cui dimensioni erano però difficilmente
stimabili.
Dalle
accurate osservazioni telescopiche della cometa del 1729 (fig. 13)
Alexandre-Guy Pingré, uno dei maggiori esperti di comete di quel secolo,
suppose che il suo disco solido fosse assai più piccolo di Mercurio. Ma
altri autori precedenti, tra i quali il bolognese Giovanni Battista
Guglielmini, noto per le importanti esperienze sulla caduta dei gravi
eseguite dalla Torre degli Asinelli, avevano affermato che la
parte solida di una cometa poteva essere addirittura più grande
del Sole.
Per
quanto riguarda la struttura fisica degli astri chiomati, solamente verso
la metà del secolo si ammise l’ipotesi che la loro massa e densità non
potevano essere elevate. In particolare,
si giunse correttamente a ritenerle assai meno massicce dei
pianeti.
Per
confermare quest’ultima ipotesi, Pingré porta le osservazioni della
cometa del 1680, che dimostravano come essa non avesse alterato in alcun
modo le orbite dei pianeti. Anche l’esame delle fonti storiche
costituisce, a suo avviso, una testimonianza inequivocabile del loro
esiguo contenuto di materia: la cometa del 1454, passata tra la Terra e la
Luna, non perturbò affatto le loro orbite. Infine, la prima cometa del
1770 (fig. 14), il cui periodo era stato determinato in soli 5.5
anni, era passata molto vicina a Giove, che ne modificò vistosamente
l’orbita ma, osserva Pingré, il grande pianeta non ha affatto risentito
dell’attrazione del piccolo astro chiomato.
Elementi
di una pseudo-storia del nostro pianeta, chiaramente ispirati a Whiston e
ancora densa di drammatiche catastrofi, si ritrovano, in una formulazione
meccanicista di ispirazione newtoniana, ormai quasi disgiunta da
proiezioni mistiche e religiose, in scritti di filosofi e scienziati
illuministi, soprattutto nell’area culturale francese.
Pierre-Louis
Moreau de Maupertuis (fig. 15), uno dei più brillanti
intellettuali francesi del secolo dei lumi, personaggio geniale e dalla
vita avventurosa, aperto sostenitore della filosofia naturale di Newton,
nella sua Lettera sulla cometa del 1742, indirizzata ad un’ignota
nobildonna parigina, disegna, con un’abilità straordinaria, uno
scenario altrettanto grandioso. Nell’ipotizzare lo scontro tra una
cometa ed il nostro pianeta, prevede che entrambi i corpi celesti possano
distruggersi frantumandosi in mille pezzi. Anche se la Terra non ha
ancora subito una tale catastrofe, non c’è dubbio alcuno, dice, che
essa, nel lontano passato, sia stata interessata da fenomeni cosmici
distruttivi i cui segni sono evidenti nelle impronte fossili dei pesci,
trovate in molti luoghi della Terra oggi lontani dal mare.
L’impatto
di una cometa di dimensioni ridotte, non frantumerebbe il nostro pianeta,
ma causerebbe delle grandi alterazioni nei profili dei continenti e negli
oceani. In molti luoghi le acque si eleverebbero fino a grandi altezze, ed
inonderebbero delle vaste regioni della superficie terrestre.
Citando Halley, che era stato anch’egli suggestionato dalla teoria del
diluvio di Whiston, Maupertuis ricorda come, per l’astronomo inglese, la
Terra conservi nella sua stessa orografia, tracce di antiche distruzioni:
la disposizione irregolare e caotica degli strati di materiali differenti
che formano la crosta terrestre e la tortuosità delle catene montuose,
assomiglierebbero più a delle rovine di un mondo antico che ad un pianeta
di recente formazione, in contrasto con quanto riporta la Bibbia, secondo
la quale il mondo ha appena 6000 anni.
Un’altra
congettura di Halley affascinava Maupertuis. Essa riguardava il freddo
eccessivo del nord-ovest dell’America, così poco proporzionato alla
latitudine sotto la quale oggi si trovano quei luoghi. Secondo Halley,
quelle gelide contrade, molto tempo fa, erano assai più vicine al polo e
i ghiacci che ancora le ricoprono, sono ciò che rimane dell’estesa
calotta glaciale che un tempo li ricopriva interamente. Anche questa era
una prova certa di un cataclisma che aveva fatto inclinare l’asse
terrestre.
Quello
che è successo alla Terra potrebbe ripetersi anche per altri pianeti, con
l’esclusione di Giove e Saturno, le cui masse sono assai maggiori della
nostra. Sarebbe curioso per noi, prosegue, vedere un giorno una cometa
colpire Marte oppure Venere o Mercurio ed entrambi disintegrarsi, in
minuscoli frammenti, sotto i nostri occhi stupiti (sarebbero stati
certamente meno curiosi gli eventuali abitanti di questi pianeti!).
Dando
libero sfogo alla fantasia, Maupertuis arriva ad ipotizzare un caso
estremo: una cometa che colpisce il Sole con una violenza tale da spostarlo
dal luogo che esso occupa.
Newton
aveva ritenuto quest’ipotesi molto improbabile. Avendo notato che i
pianeti vicini al Sole hanno dimensioni e masse minori rispetto a quelli
più lontani, Giove e Saturno, così anche le comete più piccole sono le
uniche che si avvicinano o sfiorano il nostro astro luminoso. Tali comete
non sono in grado di esercitare sul Sole un’attrazione apprezzabile: si
può quindi supporre che esso non sarà mai spostato, almeno non in questo
modo, dal suo luogo.
Dopo
aver elencato un’autentica litania di catastrofi, con le comete nella
parte di primedonne, cambia completamente registro ed afferma che non
tutto ciò che riguarda le comete deve necessariamente avere effetti
negativi. Ad esempio, una cometa la cui attrazione modificasse
l’inclinazione dell’asse terrestre e ne rendesse circolare l’orbita
potrebbe fare in modo che su tutta la superficie del nostro pianeta regni
una primavera continua.
La
nostra stessa Luna potrebbe essere stata, in origine, una cometa che, per
essersi avvicinata troppo al nostro pianeta, fu catturata dalla sua
attrazione gravitazionale fino a diventare un satellite. Un altro effetto
che si potrebbe verificare è che un pianeta catturi la coda di una
cometa, senza però che essa direttamente lo investa con i suoi gas
venefici, andando a formare una specie di anello del tutto simile a quello
che circonda Saturno.
Osserva
che non sembra facile trovare una spiegazione più naturale e verosimile
di questa per giustificare la presenza dell’anello che circonda quel
pianeta e, inoltre, non ci dovremmo stupire se un giorno uno simile
avvolgesse anche la Terra.
Infine,
le piccole comete hanno un’utilità pratica molto importante perché,
cadendo sul Sole, alimentano con nuova materia il fuoco che arde al suo
interno, rimpiazzando quella dispersa nello spazio a causa della
combustione. Condivide però a fatica un’affermazione di Newton, il
quale credeva che il grande contenuto di vapori, umidità ed acqua delle
code delle comete servisse a reintegrare quanto perso dai pianeti nel
corso del tempo. Maupertuis dice invece che questi nuovi fluidi sono
troppo diversi da quelli presenti nella nostra atmosfera, per non essere
nocivi. Senza dubbio, essi infetterebbero l’aria e le acque e la maggior
parte degli abitanti dei diversi pianeti (se esistono) perirebbero. La sua
ultima considerazione è in perfetto stile illuminista: ma la Natura
sacrifica le cose insignificanti [tra queste anche l’uomo] per il
bene generale dell’Universo.
Una
cosmogonia basata sul catastrofismo, dove le comete hanno ancora una parte
sostanziale, fu elaborata da Buffon nel primo volume della sua Storia
Naturale, uscita nel 1749.
George-Louis
Leclerc de Buffon (fig. 16), famoso naturalista, intendente del Jardin
royale des plantes per oltre trent’anni, fu un profondo innovatore
della biologia e della zoologia. Coltivò anche non trascurabili interessi
matematici, tanto da tradurre in francese, in giovanissima età, il
trattato di Newton sul calcolo differenziale.
Nel
descrivere la nascita dei pianeti, egli si richiama all’ormai mitica
cometa del 1680 che, a suo parere, ha dimostrato come questi corpi celesti
si possono avvicinare o, addirittura, precipitare sul Sole.
Nell’antichità, la cui durata Buffon stima nell’ordine delle decine
di migliaia di anni (in un manoscritto inedito si spinge fino ad
attribuire all’universo 75 milioni di anni), una cometa deve aver
colpito il Sole asportandone una certa quantità di materia (fig. 17)
che andò poi a costituire i pianeti. Le comete, invece, sono corpi
solidissimi e densissimi avvolti in un’immensa atmosfera la cui origine
è da ricondurre all’esplosione di stelle lontane; esse si muovono negli
spazi sotto l’effetto della gravitazione e di forze di estrazione
cartesiana.
Il
meccanismo di formazione del sistema planetario proposto da Buffon, è di
un interesse esclusivamente storico, non disponendo di elementi
compatibili con le conoscenze astronomiche attuali.
Buffon
sostiene che la natura del Sole è vetrosa, e che la supposta caduta di
una cometa sulla sua superficie può avvenire in diverse maniere.
Se
una cometa cade verticalmente essa servirà di pascolo al fuoco
consumatore, ma se la caduta è radente, allora la cometa non farà
altro che incidere la superficie del Sole, nel qual caso essa potrà
uscirne e fuori cacciarne qualche porzione di materia che potrà allora
divenire pianeti. Per produrre quest’effetto, Buffon calcola che
basterebbe una cometa, con la stessa velocità al perielio di quella del
1680, la cui densità fosse simile a quella di Mercurio. Colpendo con un
grande angolo la superficie dell’astro, la materia della cometa, otto
volte più densa del Sole, comunicherebbe otto volte tanto moto ed
espellerebbe l’ottocentesima parte della massa solare.
I
pianeti, inizialmente delle masse di vetro liquido, circondate da una
sfera di vapori, si sarebbero trasformati, nel tempo, raffreddandosi e
gradualmente assumendo una forma sempre più simile a quella attuale.
Le
idee di possibili collisioni tra comete e pianeti, e con lo stesso Sole,
trovarono alcuni autorevoli oppositori negli ambienti scientifici e
filosofici europei. Il matematico ed astronomo Johann Heinrich Lambert,
dell’accademia delle Scienze di Berlino, nelle Lettere Cosmologiche
del 1761, scrisse che tutti questi corpi, hanno la massa, la posizione,
la direzione e la velocità esattamente necessaria per evitare scontri
pericolosi. Questa sua certezza gli proveniva da una visione non
evolutiva del cosmo: l’universo è un sistema organizzato
gerarchicamente. I pianeti e le comete non possono violare le gerarchie
generando brusche variazioni nella struttura del mondo. Lambert si mostra
particolarmente critico nei confronti delle concezioni di Whiston e di
Thomas Burnet, che considera delle apologie del catastrofismo e del brusco
mutamento nell’ordine del cosmo. Nella sua visione, le comete non sono
all’origine di catastrofi repentine, esse non fanno che obbedire alle
leggi del moto.
Anche
Pierre-Simon de Laplace, fisico, matematico ed astronomo tra i maggiori
del secolo, rivolse critiche assai rigorose, sostenute da un’attenta
analisi matematica, alla teoria della genesi del sistema solare formulata
da Buffon. Nella sua Esposizione del Sistema del Mondo del 1796,
egli ammetteva che si potessero verificare collisioni tra le comete ed il
Sole, ma escludeva nettamente che questo fosse stata la causa che aveva
dato origine ai pianeti. L’ipotesi di Buffon non spiegava affatto la
forma quasi circolare delle orbite: “se un corpo che si muove in
un’orbita rientrante attorno al Sole sfiora la superficie di questo
astro, allora vi tornerà con costanza ad ogni rivoluzione; dal che ne
consegue che se i pianeti si fossero in origine distaccati dal Sole,
allora essi lo toccherebbero tutte le volte che ritornano verso l’astro,
e le loro orbite, anziché essere circolari, sarebbero fortemente
eccentriche”.
Laplace
analizzò anche quanto sarebbe potuto accadere se alcune comete fossero
giunte in zone dello spazio prossime ai pianeti stessi. I suoi calcoli
mostrarono che esse sarebbero state catturate, percorrendo poi orbite a
spirale che le avrebbero fatte entrare in urto con la massa planetaria.
Gli effetti della collisione avrebbero avuto conseguenze matematicamente
spiegabili, come, ad esempio, una variazione dell’eccentricità,
dell’asse maggiore e dell’inclinazione dell’orbita.
E
proprio da uno scritto, apparentemente innocuo, riguardante le orbite
cometarie ed i possibili avvicinamenti di astri chiomati alla Terra, che
prese l’avvio una delle più grandi ondate di panico del Settecento che
coinvolse l’Europa l’intera.
Ciò
avvenne in una bella giornata di primavera del 1773 quando,
all’improvviso, si riaccese il terrore, mai sopito, per le comete.
All’Accademia
delle Scienze di Parigi, Joseph Jerome de Lalande (fig. 18) aveva
annunciato, per la seduta successiva, la lettura di una memoria sulle
comete, il cui contenuto passò come un lampo di bocca in bocca.
Ben
presto, si diffuse la voce che egli avrebbe ufficialmente annunciato
l’arrivo di una cometa che, colpendo la Terra, avrebbe portato la fine
del mondo.
Allarmato,
il sovrintendente capo della polizia di Parigi gli chiese di pubblicare
sui giornali una dichiarazione capace di rassicurare una popolazione ormai
terrorizzata, ma le smentite e i chiarimenti non sortirono alcun effetto.
Lalande,
con un certo compiacimento, ricordava, anche molto tempo dopo, di aver
ricevuto una straordinaria quantità di lettere allarmate, provenienti da
ogni angolo del regno, nelle quali gli si chiedeva, spesso in modo
isterico, informazioni e spiegazioni su quanto si presumeva sarebbe presto
accaduto all’intero pianeta.
Il
responsabile, non proprio involontario, di questi incontrollabili tumulti,
era un astronomo tra i più famosi d’Europa, notoriamente animato da una
straordinaria ambizione e da un desiderio viscerale di onori e gloria che
non aveva eguali ai suoi tempi. Un suo anonimo contemporaneo, un homme
d’esprit, che certamente non lo amava, affermò che egli era affetto
da un’idropisia da celebrità.
Si
trattava indubbiamente di un personaggio bizzarro, di corporatura minuta,
alto poco più di un metro e mezzo, con una voce profonda e sonora ed un
carattere allegro ed originale. Legato alla massoneria, si dichiarava
ateo.
Uno
dei suoi divertimenti preferiti era stupire i suoi interlocutori con le
sue enormità, una delle quali era la passione per i ragni secchi che
riteneva nutrienti e che inghiottiva a larghe prese dalla sua tabacchiera
d’argento.
Fatto
insolito per l’epoca, parlava correntemente quattro lingue e
intratteneva, senza sforzo apparente, data la sua ben nota e spesso derisa
grafomania, una smisurata ed interessata corrispondenza con astronomi di
tutta Europa.
Quel
giorno di primavera del 1773, egli aveva sicuramente orchestrato per fare
in modo che la sua memoria sulle comete uscisse dal sonnolento ambito
accademico e raggiungesse le interessate orecchie di pennivendoli di fogli
scandalistici, sempre attenti a riportare notizie sensazionali. Il
risultato di questa manovra aveva però superato ogni aspettativa.
Quando
però si accorse di aver esagerato, Lalande cercò abilmente di
minimizzare attribuendo l’affare ad un malinteso: “il solo annuncio
della mia memoria [Delle comete che possono avvicinarsi alla Terra]
ha provocato un terrore panico. Può essere che questo terrore sia stato
provocato in gran parte dai diversi significati attribuiti
all’espressione da me usata: non è impossibile, nell’uso
quotidiano e nelle scienze. Nell’uso ordinario essa significa solamente
che una cosa è poco probabile; nelle scienze essa vuol dire che la sua
impossibilità fisica o matematica non è dimostrata”.
La
ghiotta occasione per occuparsi di un argomento così controverso gli era
venuta dalla rilettura degli Elementi della filosofia di Newton che
Voltaire aveva scritto trent’anni prima. In quest’opera, a proposito
degli spaventosi effetti di una collisione teoricamente possibile tra una
cometa e la Terra, il filosofo francese riprendeva un’opinione di
Newton, il quale credeva che la Provvidenza avesse disposto in modo da
rendere questa collisione improbabile. Lalande, in fatto di orbite
cometarie, si considerava tra i maggiori esperti del suo tempo, grazie
all’importante esperienza maturata in collaborazione con il matematico
A.C. Clairaut e con Madame Lepaute, con i quali aveva condiviso l’immane
fatica, durata molti mesi, di calcolare l’esatto ritorno della cometa di
Halley nel 1759.
Nella sua ormai famosa memoria del 1773, Lalande
aveva voluto determinare quante, tra le comete allora conosciute
(all’incirca una sessantina), avessero i nodi delle loro orbite in
prossimità dell’orbita terrestre. Questa ricerca rivestiva un notevole
interesse, chiaramente non solo scientifico, perché le comete con questa
caratteristica sono tutte a rischio di impatto con il nostro pianeta.
Tra le sessanta comete esaminate, otto non erano
lontane dal soddisfare questo requisito. Da ciò, si poteva supporre che
le perturbazioni sull’orbita della cometa, prodotte dai pianeti
maggiori, in particolare da Giove, potessero arrivare a far coincidere la
posizione della linea dei nodi di una cometa con l’orbita della Terra.
Se ciò fosse avvenuto, sarebbe stato solo un
problema di tempo, prima che uno degli astri chiomati in questione ed il
nostro pianeta si potessero trovare entrambi e nello stesso momento, in
uno dei nodi orbitali della cometa.
Il simultaneo verificarsi di questa condizione,
avrebbe prodotto una collisione catastrofica, una vera e propria fine del
mondo o, secondo i punti di vista, l’inizio di un nuovo ordine delle
cose, come scriveva lo stesso Lalande.
Fu proprio la notizia, divulgata dalle gazzette, che
enfatizzava questa drammatica possibilità, a scatenare il terrore nella
popolazione.
I calcoli di Lalande riguardarono anche l’effetto
del passaggio di una cometa in prossimità della Terra. Egli si era posto
la domanda: cosa potrebbe succedere se una cometa di massa pari a quella
terrestre passasse a 13000 leghe (58000 chilometri) dal centro della
Terra, in altre parole, ad una distanza pari ad un sesto di quella della
Luna?
La risposta era, insieme, stupefacente ed
inquietante: le acque del mare si alzerebbero di 2000 tese (circa 4
chilometri) sopra il loro livello ordinario, sommergendo una gran parte
delle terre emerse. Pingré,
acerrimo rivale di Lalande, ironizzava su questa previsione: i calcoli
di questo sapiente e laborioso astronomo sono senza dubbio della più
grande precisione ma, osserva, il problema non va posto in questi
termini.
La giusta soluzione era quella proposta
dall’astronomo e matematico dell’osservatorio reale di Parigi, du Séjour,
sulla base di un principio di idrostatica formulato da d’Alembert, aveva
dimostrato che, se si suppone il globo terrestre interamente coperto dalle
acque per una profondità di 4.5 chilometri (in quel periodo non si
avevano idee precise sulla profondità degli oceani), la cometa
impiegherebbe quasi 11 ore a produrre un effetto di marea come quello
calcolato da Lalande.
La durata calcolata da du Séjour non dipende dalla
grandezza né dalla densità e neppure dalla vicinanza della cometa ma,
unicamente, dalla profondità dell’oceano. Così, se l’oceano fosse
profondo 9 chilometri, il tempo necessario per alzare le acque alla loro
massima altezza sarebbe di 8 ore e mezza. Ma una cometa non può agire
sullo stesso punto della superficie terrestre per un periodo così lungo,
in altre parole, a causa della sua velocità (determinata da du Séjour
nell’ordine dei 4÷5 km/sec) fa sì che non ci sia il tempo oggettivo
per produrre maree dell’entità prevista da Lalande.
Le ricerche di meccanica celeste di du Séjour,
avevano inoltre dimostrato l’impossibilità che una cometa con orbita
parabolica o iperbolica potesse divenire un satellite della Terra. Nel
caso invece di un’orbita ellittica, se la cometa viaggiasse a meno di 1
Km/sec (velocità che lo stesso du Séjour ritenne improbabile perché
troppo bassa) e se entrasse nella sfera di attrazione del nostro pianeta
essa, solo allora, potrebbe diventarne satellite.
Alla fine del Settecento, grazie agli sviluppi della
meccanica celeste, le comete erano ormai legittimamente entrate nel novero
dei corpi planetari. Il loro percorso nello spazio, come aveva
abbondantemente dimostrato il ritrovamento, nel 1758, della cometa di
Halley, era ora determinabile con straordinaria precisione.
Inoltre, gli effetti delle perturbazioni prodotte dai
grandi pianeti sulle loro orbite, facevano intuire che il contenuto di
materia nel loro nucleo fosse assai minore di quanto si credeva solo agli
inizi del secolo.
Le incertezze sulla loro struttura fisica e
dimensionale continuarono però, ancora per qualche tempo, ad alimentare
l’idea, tanto cara ai catastrofisti, che le comete avessero
prodotto il Diluvio universale, ed echi di simili visioni
mistico-religiose, a tratti, riapparvero anche nel secolo successivo.
Nel XIX secolo, iniziò però a prevalere una
cosmogonia non evoluzionista di tipo laplaciano, secondo la quale
l’universo è organizzato in rigide strutture e gerarchie, ed ogni
avvenimento della sua storia si spiega attraverso complesse regole
strettamente meccanicistiche. Il cosmo, come nel modello di Lambert, non
poteva quindi subire bruschi mutamenti che potessero mettere a rischio il
fluire continuo ed ordinato degli accadimenti. All’interno di questo
modello le comete non costituivano più quel remoto, ma reale pericolo per
la Terra, che Lalande ed altri suoi contemporanei avevano ipotizzato. La
concezione di Laplace subì le prime decise smentite quando nel XX secolo
si scoprirono i primi crateri da impatto, chiaramente di origine
extraterrestre.
Essi stavano ad indicare che fenomeni traumatici e
violenti, prodotti prevalentemente da una nuova categoria di oggetti, gli
asteroidi, sconosciuti nel secolo dei lumi, avevano invece avuto una parte
importante nella storia del nostro pianeta.
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