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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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L’astronomia nel ducato estense tra il XVII ed il XIX secolo PARTE 3^ di Rodolfo Calanca |
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5.
La trasformazione della specola ducale in osservatorio geofisico: Pietro
Tacchini, Domenico Ragona-Scina ed Annibale Riccò
Nato
a Modena nel 1838, Pietro Tacchini si era laureato in ingegneria nel 1857.
Per interessamento del Bianchi, l’anno successivo ottenne di potersi
recare all’osservatorio di Padova per studiare astronomia con il famoso
Santini. Il periodo degli studi padovani fu però assai breve a causa
della situazione politica che determinò la cancellazione dello stato
estense. L’11 giugno 1859 il duca Francesco V fu costretto a lasciare
per sempre Modena, mentre assumeva il potere un nuovo governo presieduto
da Luigi Carlo Farini.
Da
sempre filo-estense, Giuseppe Bianchi, dopo oltre un trentennio di onorato
servizio, si dimise dall’incarico di direttore della specola.
Rientrato
a Modena, Tacchini, troppo giovane per essere sospettato di particolari
simpatie verso il vecchio regime, vide prontamente accolta la sua domanda per
essere collocato presso questo osservatorio e, il 1° ottobre 1859,
nominato con decreto direttore aggiunto, entrò nella specola che era
stata così a lungo del Bianchi.
In
un precedente sopraluogo, si era subito reso conto del pessimo stato in
cui versavano alcuni importanti strumenti dell’osservatorio. Il 3
settembre presentò al governo un verbale, compilato con l’assistenza di
Antonio Bernardi, docente di astronomia all’università, nel quale si
diceva che l’equatoriale di Amici trovasi in uno stato biasimevole di
conservazione, ed è mancante di orologio. Lo strumento dei passaggi è
talmente sconcertato in sé, e nell’annesso pendolo e livello che senza
una essenziale riparazione non può servire a nulla. Unico fatto
consolante, il circolo di Reichenbach era bastantemente ben conservato.
Anche
a causa della scarsa consistenza ed al degrado della strumentazione della
specola, nei quattro anni che Tacchini trascorse a Modena non vide la luce
alcuna sua pubblicazione scientifica, pur non mancando di occuparsi
attivamente di astronomia di posizione e di meteorologia.
Nel
1863 il suo posto alla specola modenese fu preso da Domenico Ragona-Scina,
già all’osservatorio di Palermo. Si trattò di uno scambio di personale
tra i due osservatori, essenzialmente dettato da motivi politici.
Ragona,
compromesso con i Borboni che lo avevano preferito al Cacciatore,
politicamente avverso alla casa regnante e per questo estromesso dalla
direzione dell’osservatorio palermitano, fu inviato a Modena, mentre
Tacchini, incoraggiato da Schiaparelli, prese il suo posto a Palermo.
Nell’ambiente
siciliano Tacchini iniziò una brillante e rapida carriera scientifica che
lo portò a ricoprire importanti incarichi in organizzazioni scientifiche
nazionali ed internazionali. I suoi studi di spettroscopia solare furono
largamente apprezzati, ed uno dei principali meriti che gli sono
riconosciuti fu di aver fondato, insieme al gesuita Angelo Secchi, la Società
Italiana degli Spettroscopisti, che riuniva i maggiori cultori
dell’astrofisica nazionale.
Ragona,
che in un primo momento aveva tentato di recuperare le attrezzature
astronomiche dell’osservatorio modenese, vi rinunciò, forse amareggiato
dall’infortunio sul problema della latitudine di Modena che lo vide
contrapposto al Bianchi, cambiando in modo netto l’indirizzo scientifico
della specola verso studi meteorologici e geodetici.
Negli
anni successivi prese corpo il progetto di riforma degli osservatori
italiani, promosso dal governo nazionale che si servì della qualificata
collaborazione di Tacchini.
La
situazione dell’astronomia in Italia in quel tempo è ben descritta
dalla relazione presentata da Tacchini nel 1874 al Ministro
dell’Istruzione Pubblica, nella quale così egli esordiva:
E’
da molto tempo che si parla di riforme da introdursi negli Osservatorii
astronomici italiani, ma finora, per quanto io ne sappia, non fu mai dato
mano a questo lavoro di riorganizzazione, e così gli osservatorii
restarono impediti di progredire, continuando a mantenere in vigore
l’antico sistema. Un tale stato di cose non può più a lungo durare, se
si desidera davvero che l’Italia, in fatto di astronomia pratica, si
metta al livello delle altre nazioni.
Tacchini
non passava sotto silenzio il triste fatto che questa situazione era ben
diversa da quella delle altre nazioni
europee, dove spesso
l’entità dei finanziamenti a beneficio di un solo osservatorio
equivaleva a quella di tutti e dieci gli osservatori italiani. Nella
stessa relazione, Tacchini mette a confronto i bilanci degli osservatori
di Parigi, Greenwich e Pulkova con quello, desolante, degli osservatori
italiani e concludeva:
Se
si confrontano le cifre esposte pel mantenimento degli Osservatorii
italiani con quelle indicate negli esempi degli Osservatorii nazionali
esteri si arriva subito alle seguenti conclusioni:
1.
Che all’estero un astronomo aggiunto od un assistente può valere quanto
l’intero personale di un solo Osservatorio italiano.
2.
Che la somma spesa per l’intero mantenimento delle dieci specole in
Italia non vale quanto la spesa di mantenimento di un solo Osservatorio
estero.
La
relazione di Tacchini, che proponeva un nuovo ordinamento degli
osservatori italiani, sfociò nel 1876 nel decreto Bonghi, che
sostanzialmente accoglieva le sue proposte. Esso costituì il primo
tentativo di operare una riforma degli osservatori astronomici.
Uno
degli obiettivi era il potenziamento degli Osservatori di Napoli, Palermo,
Milano e Firenze come osservatori di ricerca, annettere gli Osservatori di
Padova, Roma (Campidoglio), Torino e Bologna alle Università e
trasformare gli Osservatori di Parma e Modena in osservatori
meteorologici.
Come
già abbiamo visto, Ragona, diversi anni prima del decreto Bonghi, aveva
dato un netto impulso alle attività meteorologiche e geofisiche della
specola modenese con l’acquisizione di attrezzature e strumentazione,
grazie anche ai finanziamenti dell’amministrazione provinciale, quali
psicometri, barometri e pluviometri.
Ragona
fu un abile progettista di strumenti meteorologici: vanno ricordati i suoi
pluviometri orari, i barometri registratori e un magnetometro che
all’Esposizione di Torino del 1884 fu premiato con la medaglia d’oro.
Molto
successo ebbe anche il suo osservatorio portatile magnetico e
meteorologico, che consentiva di raccogliere sul campo importanti dati
per la fisica terrestre.
Di
buon valore i suoi studi sull’elettricità legata ai temporali, che
anticipavano i lavori di Popoff, e quelli riguardanti la sismologia e la
geodinamica.
Per
un decennio (1868-1878), il suo principale collaboratore fu il modenese
Annibale Riccò, notevole figura di studioso, che a Modena si occupò di
meteorologia e di ottica fisiologica.
Abbandonò Modena per l’università di Napoli nel 1878, l’anno
successivo insegnò fisica tecnologica a Palermo e subentrò a Cacciatore
nella direzione dell’Osservatorio.
Nel
1990 occupò la prima cattedra italiana di astrofisica e divenne direttore
degli Osservatori di Catania e dell’Etna. Si occupò attivamente della
Grande Carta del Cielo e di fotografia astronomica.
6.
La longitudine e la latitudine di Modena e la polemica Bianchi-Ragona
La
prima serie di misure sistematiche del Bianchi, precedente anche la messa
in funzione della specola ducale, fu la determinazione della latitudine di
Modena.
Bianchi,
nella memoria del 1828 scritta sull’argomento, affrontò il problema nel
modo più ampio, riportando anche le testimonianze storiche di coloro che
riferirono sul valore della latitudine cittadina, di cui noi qui
riportiamo un’ampia sintesi.
Per
Tolomeo, Modena era situata a 43° 40’ e tale valore fu accettato per
oltre un millennio, fino a quando il padre gesuita Francesco Maria
Grimaldi, nel 1645, attribuì alla città 44° 40’ di latitudine, cioè
oltre 100 chilometri più a nord di quanto creduto dall’astronomo
alessandrino.
Il
valore trovato da Grimaldi fu però messo in dubbio dall’amico e collega
ferrarese G.B. Riccioli, anch’egli del Collegio bolognese di S. Lucia
della Compagnia del Gesù.
Per
Riccioli, la latitudine accuratissima della Ghirlandina è invece
di 44° 38’ 50” ma non è ben chiaro in che modo avesse dedotto questo
valore.
Egli,
infatti, accompagnato da Grimaldi, era arrivato a Modena il 16 settembre
e, dalla Ghirlandina, aveva osservato le due stelle Vega e Deneb,
essenzialmente allo scopo di conoscere l’arco celeste fra i due zenit di
Modena e della Casa di campagna dei PP. Gesuiti a Serra di Monte Paterno.
Le
successive osservazioni dell’altezza della stella polare, che produssero
una nuova determinazione della latitudine furono eseguite con un quadrante
il 10 gennaio e l’11 novembre del 1662, da Cornelio Malvasia e Geminiano
Montanari. I due studiosi trovarono, nella prima osservazione, 44° 38’
25”, nella seconda 44° 37’ 45, accettando poi la media dei due
valori: 44° 38’.
Alla
fine del Seicento, il teatino Gaetano Fontana intese correggere la
latitudine di Riccioli per mezzo delle rifrazioni di Cassini, riducendola,
una prima volta, a 44° 38’ 14” e una seconda, vent’anni dopo, a 44°
38’ 40”.
E’
di un certo interesse il lavoro di Fontana per determinare la longitudine
di Modena.
La
sua osservazione dell’emersione di Io, il primo satellite di Giove,
rilevata il 1° maggio 1696 alle 8h 23m 35s
pomeridiane, confrontata con quella di Cassini a Parigi alle 7h
47m 46s di tempo vero, forniva una differenza di
longitudine tra Modena e Parigi di 35m 49s (8° 57’ 15”).
L’eclisse
di Sole del 23 settembre 1699, osservata a Modena dal padre teatino,
costituì un’altra occasione per verificare la longitudine, ma il
confronto con i tempi rilevati da Cassini a Parigi, diede una differenza
diversa dalla precedente.
Nonostante
le incertezze, quest’ultima osservazione fu assai apprezzata da Cassini,
che da Parigi così scriveva a Fontana:
gratissima
mi è stata l’osservazione dell’Eclisse del Sole inviatami da V.R. Noi
osservammo qua il principio a ore 8 m. 15… da queste fasi inferisco che
al principio osservato da Modana a ore 8 m. 55 erano a Parigi ore 8 m. 20
sec. 45, di dove la differenza de’ Meridiani risulta m. 34 se. 15 [8°
33’ 45”], e che al fine osservato a Modana a or 11 m 33 sec. 20 erano
a Parigi ore 10 m. 59 sec. 10, che danno la differenza de’ meridiani di
m. 34 sec. 10. [8° 32’ 30”]. Non ho ancora comparato altre
osservazioni con le mie, che siano così d’accordo in queste due fasi.
Ma
torniamo al problema della latitudine.
Agli
inizi dell’Ottocento il valore di Riccioli fu messo in discussione,
anche se su basi erronee, dal Barone von Zach che il 13 ottobre 1808 da
Bologna osservò l’azimut della Ghirlandina e, essendo nota la sua
distanza dagli Asinelli, ne ricavò una latitudine di 44° 38’ 59”.
Bianchi,
nel 1819, rientrato nel ducato dopo il periodo di perfezionamento
trascorso all’osservatorio di Brera, ebbe l’autorizzazione
all’acquisto di un pendolo a compensazione di Grindel e di poter
usufruire di un quadrante mobile di Bird di 11 pollici, appartenente al
gabinetto di fisica dell’università, al quale Amici, opportunamente,
applicò un buon cannocchiale acromatico in sostituzione del pessimo che
vi si ritrovava.
Con
questa scarsa strumentazione, Bianchi, con cura e molta pazienza, iniziò
le operazioni di verifica dell’orologio con le altezze corrispondenti
del Sole, per poi prendere la risoluzione di utilizzare il metodo di
Santini per determinare la latitudine con molte osservazioni.
Occorreva
osservare, con il quadrante di Bird, 3 o 4 stelle che raggiungevano la
stessa altezza sull’orizzonte in tempi diversi, e rilevare i tempi con
il pendolo di Grindel.
Operando
dalla sua abitazione (posta 20 metri a sud della torre di levante del
palazzo ducale), eseguì le osservazioni in tredici notti che gli diedero
una latitudine di 44° 38’ 51”.
Nel
1828, con il circolo meridiano di Reichenbach ormai pienamente
funzionante, Bianchi di nuovo si diede a perfezionare il valore della
latitudine, adottando il metodo dell’inversione dello strumento:
io
adopero [il metodo dell’inversione dello strumento] avendone il facile e
solido meccanismo del carretto, col quale in pochi minuti e senza pericolo
alcuno l’inversione si effettua.
Osservando
alcune stelle, tra le quali la polare, di magnitudine compresa tra la 1a
e la 3a, ne determinò l’altezza con e senza l’inversione
del circolo. Dall’insieme delle misure (oltre 150) trovò una latitudine
media di 44° 38’ 52”.75 che, a riprova della sua notevole abilità di
osservatore e calcolatore, quasi coincideva con la sua precedente
determinazione, ottenuta però con mezzi assai più modesti.
L’altro
problema, tecnicamente assai più complesso, riguardava l’esatto valore
della longitudine della specola.
Come
abbiamo già accennato, le uniche determinazioni di questa coordinata
geografica, per la verità alquanto incerte, erano state quelle del padre
Fontana di oltre cento anni prima dalle occultazioni di un satellite di
Giove e di un’eclisse di Sole.
Bianchi
affrontò la questione in termini sia astronomici sia geodetici. Per la
verità, il metodo astronomico, basato essenzialmente sull’occultazione
di stelle da parte della Luna, fu applicato alla longitudine della specola
modenese da Wurm, astronomo tedesco, che, a tale scopo fece uso di alcune
osservazioni del Bianchi. Ne dedusse che la longitudine della specola era
di 34m 23s.5 a est di Parigi.
Un
precedente tentativo di calcolo, basato su un’altra osservazione di
Bianchi dell’eclisse anulare del 7 settembre 1820, che forniva un valore
di 6s superiore, fu ritenuto da Wurm scarsamente attendibile,
forse perché l’astronomo modenese aveva impiegato un orologio
imperfetto.
Il
metodo geodetico, mediante l’accensione di fuochi, era stato
promosso dal Burò militare Austriaco e fu messo in opera, in
diverse riprese, nel mese di maggio del 1822, e nell’agosto degli anni
1823, 1824 e 1825. I fuochi accesi sul Cimone e sul Monte Baldo furono
visti a Parma, Modena, Bologna e Firenze e diedero, per la specola ducale,
una differenza di longitudine orientale da Milano di 6m 55s.99
e, quindi, di 34m 23s.5 da Parigi, coincidente con
quello trovato da Wurm.
Sette
anni dopo le dimissioni di Bianchi dalla carica di direttore per motivi
politici, nell’adunanza dell’Accademia delle Scienze di Modena del 20
gennaio 1866, Ragona, suo secondo successore, lesse una memoria nella
quale affermava che si doveva correggere la latitudine della specola in 44°
38’ 39”.3, che differiva di ben 14” dal precedente.
Le
osservazioni erano state eseguite con il circolo di Reichenbach, ma con
metodi diversi da quelli del Bianchi.
Ragona,
senza indugio, inviava a Leverrier, a Parigi, una nota, subito accettata e
pubblicata, nella quale denunciava il presunto errore commesso dal suo
predecessore:
J’ai
l’honneur de vous informer qu’ayant dernièrement entrepris des
observations sur la latitude de l’Observatoire Royal de Modène, j’ai
trouvé une erreur de 14 secondes dans la valeur admise jusqu’à présent.
Selon mes observations la véritable latitude de Modène est 44° 38’
39’’.28 valeur que, pour le moment je n’ai pu déduire d’un nombre
très grand d’observations, et qui a l’erreur probable de ±0’’.15.
A
quest’affermazione di Ragona, il vecchio astronomo, dal suo ritiro,
insorse astiosamente, offeso per non essere stato preventivamente
informato:
A
tale annunzio, nel detto modo pubblicato a mia totale insaputa, e senza
che il ch. Autore [Ragona] nulla mi avesse innanzi comunicato delle sue
osservazioni e de’ procedimenti di calcolo adoperati nella ricerca della
nostra latitudine, io fui alcun poco e dispiacevolmente sorpreso e
meravigliato.
Ironicamente,
Bianchi si chiedeva: [il valore della latitudine] avrà esso cangiato
notevolmente per l’annunzio del ch. Ragona?
Bianchi
difendeva il suo lavoro ricordando che, decenni prima, in collaborazione
con Carlini, direttore della specola di Brera, aveva eseguito delle
verifiche di altezze meridiane di stelle luminose prese contemporaneamente
nei due Osservatori, ed esse confermavano pienamente la differenza di
latitudine tra Milano e Modena.
Se
la latitudine modenese fosse stata realmente sbagliata, ne sarebbe
derivato un errore di pari grandezza in quella di Brera: impossibile che
nessuno se ne fosse accorto, in modo particolare astronomi della provata
abilità di un Oriani e di un Carlini!
L’argomento
che forse meglio di tutti forniva la prova inconfutabile della correttezza
della sua determinazione derivava, però, dalle osservazioni che gli
avevano permesso di trovare l’obliquità dell’eclittica identica a
quella di Cacciatore a Palermo.
L’accorata
difesa del vecchio astronomo dovette fare una notevole impressione su
Ragona, tanto da indurlo a chiedere lumi a Schiaparelli, su di un problema
con il quale, evidentemente, non aveva gran dimestichezza. Nella memoria
nella quale ammise di non aver adeguatamente tenuto conto delle
caratteristiche del circolo meridiano di Reichenbach, Ragona premetteva
che:
io
non ho amato giammai gli equivoci di qualunque natura, e principalmente
nelle cose scientifiche, ove innanzi ad ogni altro dee primeggiare la
buona fede, e il desiderio vivissimo di ritrovare la verità.
Sosteneva
poi di aver ripetuto le osservazioni ma, non pago di ciò, si era
rivolto a Schiaparelli, pregandolo di volersi associare alle mie
ricerche e disamine.
Il
direttore dell’Osservatorio di Brera lo consigliò di utilizzare anche
il metodo di Bianchi ma, anche così, i risultati non variavano e
conducevano sempre ad una latitudine minore di quella determinata dal
vecchio direttore della specola.
E’
a questo punto che Ragona si accorse di un fatto singolarissimo e
veramente inaspettato: l’esistenza di un errore di costruzione del
circolo meridiano che introduceva un errore sistematico nelle letture dei
noni. Questo era
un
difetto di eccentricità, e precisamente un moto eccentrico del circolo
indice nell’interno del circolo diviso, e che esso toglieva qualunque
dubbio sul vero valore della latitudine di questo R. Osservatorio
Astronomico in favore della determinazione del Ch.mo Prof.
Giuseppe Bianchi.
Schiaparelli,
al quale Ragona aveva inoltrato tutte le osservazioni, elaborò una
formula periodica che ben rappresentava l’errore sistematico del circolo
meridiano, aggiungendo il seguente commento:
la
regolarità e la costanza di questi risultati dimostrano che la loro causa
non deve già cercarsi in fenomeni irregolari, come la flessione di alcune
parti dello strumento o gli attriti inevitabili del mozzo del circolo
indice contro l’asse del cannocchiale, ma in una trasformazione
meccanica di movimento.
L’errore
faceva sì che, azzerando i noni di lettura sul nadir dello strumento e
puntando subito dopo la polare, la lettura della sua posizione in altezza
dava 14” in meno, esattamente la differenza tra i valori di Ragona e di
Bianchi.
Il
20 giugno 1866, Ragona tornava sull’argomento, e, riferendo per intero
la sua corrispondenza con Schiaparelli, con esemplare onestà affermava: proclamo
altamente che la latitudine dell’osservatorio di Modena è quella
stabilita dal mio illustre predecessore Prof. G. Bianchi!
Bianchi
morì nel dicembre dello stesso anno: qualche voce maligna sostenne che
alla sua fine avesse contribuito l’amarezza causatagli dalla contesa col
Ragona.
7.
Conclusioni
Nelle
pagine precedenti credo di aver dimostrato che lo studio della scienza del
cielo a Modena, tra il Seicento e l’Ottocento, raggiunse spesso livelli
dignitosi.
Nel
Seicento modenese spicca la figura di uno dei più geniali seguaci del
metodo galileiano, Geminiano Montanari, al quale dobbiamo importanti ed
originali contributi, alcuni dei quali ancora da approfondire, anche in
molti altri campi della filosofia naturale.
Nel
secolo successivo si assistette invece ad una sostanziale stagnazione
degli studi astronomici, crisi probabilmente acuita dalla non brillante
situazione economica del ducato estense.
L’Ottocento
si aprì invece sotto i migliori auspici. La città diede i natali a
Giovan Battista Amici, il più grande ottico italiano del XIX secolo, il
quale, oltre che eccellente costruttore di telescopi e di meravigliosi
microscopi, condusse ricerche astronomiche originali, prima a Modena poi a
Firenze, città nella quale era stato chiamato a dirigere l’osservatorio
e dove terminò la sua splendida carriera.
La
presenza di Amici a Modena certamente favorì l’erezione della specola
ducale, la cui direzione fu assunta per un trentennio da un diligente
osservatore e buon matematico, Giuseppe Bianchi.
Con
la costituzione del Regno d’Italia l’astronomia modenese declinò
rapidamente: le ultime figure di rilievo furono Pietro Tacchini ed
Annibale Riccò.
Tacchini,
che per alcuni anni diresse la specola cittadina, fu un eccellente
astronomo dotato di straordinarie doti organizzative. Dopo aver lasciato
Modena per l’osservatorio di Palermo, i suoi interessi scientifici si
orientarono verso la new astronomy. Egli fu, infatti, tra i
fondatori, insieme a Secchi, Respighi e Giovan Battista Donati,
dell’astrofisica italiana che, fino agli inizi del Novecento, occupò
posizioni d’eccellenza negli studi di spettroscopia solare e godette di
un meritato prestigio internazionale, così come veniva ampiamente
riconosciuto da astronomi come il Schellen: dans l’analyse
spectroscopique du Soleil l’Italie marche à la tête et les autres
nations se laissent devancer.
Annibale
Riccò, dopo dieci anni di collaborazione con il Ragona, divenne direttore
degli Osservatorio di Palermo e, in seguito, di Catania e dell’Etna.
Purtroppo,
la trasformazione della specola di Palazzo Ducale in osservatorio
geofisico, chiudeva, forse per sempre, il capitolo degli studi astronomici
a Modena, salvo una breve timida ripresa delle attività d’osservazione
celeste, agli inizi del secolo, promossa da un giovane studioso in forza
alla specola, il Nicolis.
Nel
1907, sotto la direzione di Carlo Bonacini e fino al 1913, furono eseguiti
alcuni lavori di ripristino che riguardarono il circolo meridiano di
Reichenbach, al quale fu aggiunto un nuovo micrometro oculare della
Salmoiraghi. Il vecchio circolo fu utilizzato prevalentemente per la
determinazione del tempo. Il rifrattore di Fraunhofer fu invece impiegato
per l’osservazione del transito di Mercurio del 13 novembre 1907 e per
la cometa di Halley nel maggio 1910.
Le
attività astronomiche modenesi cessarono definitivamente nel 1913 con la
partenza del Nicolis.
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