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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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L’astronomia nel ducato estense tra il XVII ed il XIX secolo PARTE 2^ di Rodolfo Calanca |
3.
Le origini dell’astronomia modenese
L’astronomia
nel ducato estense, che raggiunse il suo apice nella prima metà del XIX
secolo, ha illustri precedenti nel Seicento, in particolare grazie ad una
triade di personaggi di notevolissimo rilievo scientifico e storico: il già
citato Cornelio Malvasia, marchese di Bismantova e generale
dell’esercito ducale estense, il ligure Giovanni Domenico Cassini,
professore di astronomia all’Archiginnasio bolognese e successivamente
principale astronomo dell’Observatoire parigino di Luigi XIV e,
infine, a Geminiano Montanari, grande scienziato modenese della seconda
metà del Seicento, filosofo e matematico aulico del duca Alfonso
IV negli anni 1661-1662, amico e collaboratore sia di Cassini sia del suo
munifico mecenate, Cornelio Malvasia.
Le
attività astronomiche nel ducato estense delle tre grandi figure appena
citate si esaurirono però nel breve periodo 1650-1662, alla morte del
duca Alfonso IV.
Punti
focali delle ricerche e delle osservazioni astronomiche di Cassini,
Montanari e Malvasia era la specola della villa di Panzano di proprietà
del marchese, che Cassini chiamava l’Italico Uraniburgo e nel suo
palazzo di Modena (forse l’attuale palazzo Campori).
La
specola malvasiana era sorta nel periodo compreso tra la creazione del
grande osservatorio di Hevelius a Danzica e l’Observatoire
parigino, però con caratteristiche tecniche ben più modeste.
Il
conte bolognese Carlo Antonio Manzini, apprezzato cultore di ottica e
astronomia, in un suo scritto pubblicato nel 1650, Sulla declinazione
dell’ago magnetico del meridiano, dedicato a Cornelio Malvasia, non
mancava di far notare, forse con un’esagerata vena adulatoria, come
“nel sontuoso palazzo della villa di Panzano si fabbricassero strumenti
regii per fare osservazioni celesti con spese e diligenza”.
Collocato
sul torrione centrale, crollato nel 1900 per l’eccessiva quantità di
grano immagazzinata, e inizialmente scarsamente dotato di strumenti
astronomici, l’osservatorio ospitò, tra il dicembre 1652 e il gennaio
1653, Giovan Domenico Cassini. Nel corso di quei freddi mesi invernali,
Cassini eseguì numerose osservazioni della famosa cometa apparsa da pochi
giorni e, a beneficio del duca Francesco I d'Este, le faceva stampare da
tipografi fatti venire da Modena con il titolo De cometa. Nella sua
autobiografia Cassini lamentava il pessimo stato in cui versava la
strumentazione astronomica della specola. A causa di ciò, durante le
osservazioni, egli dovette limitarsi a prendere le posizioni della cometa
rispetto ad alcune stelle fisse.
A
contraddire in parte queste lamentele, forse non del tutto giustificate,
Cassini, in un altro suo lavoro sui satelliti medicei scritto in tempi più
vicini agli avvenimenti descritti, sottolinea con belle parole che, nel
1652, poté usare un buon cannocchiale di Torricelli di proprietà del
marchese.
Ci
soffermiamo ora sulla figura di Geminiano Montanari, uno dei maggiori
ingegni scientifici modenesi d’ogni tempo.
Montanari
era nato in città nel 1633 e qui compì i primi studi.
A vent’anni si recò a Firenze dove studiò giurisprudenza e nel
1656, durante un soggiorno all’estero, si laureò all’Università di
Salisburgo.
A
Vienna, conobbe il fiorentino Paolo del Buono, uno degli ultimi allievi di
Galileo, matematico al servizio dell’imperatore, sotto la cui guida
studiò matematica e astronomia, e compì esperienze
sull’incompressibilità dei fluidi e numerose osservazioni astronomiche
già dal 1658.
Dopo
un ulteriore breve soggiorno a Firenze, caratterizzato da lunghe notti
trascorse al cannocchiale in compagnia del cardinale Leopoldo de’ Medici
e di alcuni membri dell’accademia del Cimento, per osservare il sistema
di anelli di Saturno, la cui vera natura era da poco stata svelata da
Huygens, tornò a Modena nel 1661.
Era
stato chiamato a coprire la carica di filosofo e matematico del duca
Alfonso IV, grazie ai buoni uffici del marchese Cornelio Malvasia. Alla
morte del duca estense, avvenuta nel 1663, Montanari si trasferì a
Bologna in casa del marchese, continuando gli studi e le ricerche
astronomiche presso la specola di Panzano.
Nel
1662 vide la luce l’opera di Malvasia, Ephemerides Novissimae,
alla quale Montanari diede un contributo sostanziale.
Nelle
Ephemerides, sono di particolare rilevanza storica le notizie sul
reticolo, applicato dal Montanari al fuoco di un cannocchiale e, per la
prima volta nella storia dell’astronomia, utilizzato in modo sistematico
nelle osservazioni planetarie.
Con
questo fondamentale strumento di misura egli realizzò, tra l’altro, la
sua splendida icon lunaris, allegata all’opera malvasiana, una
delle più accurate e vicine al vero del XVII secolo, primo autentico
esempio di selenografia scientifica.
Poco
dopo la prematura morte di Malvasia, avvenuta nel 1664, il Senato
bolognese lo elesse alla cattedra di matematica dello Studio. A Bologna si
trattenne per ben quattordici anni fino a quando, nel 1678, passò
all’università di Padova dove, oltre alla cattedra di “astronomia e
meteore”, creata espressamente per lui, ricoprì i più svariati
incarichi pubblici per conto della Repubblica di Venezia. Morì in questa
città il 13 ottobre 1687 all’età di soli 54 anni.
Sia
a Bologna sia a Padova si dedicò, con la preziosissima collaborazione
alla moglie Elisabetta Dürer, all’ottica pratica e di molatura di lenti
per cannocchiali. Cassini a Parigi, che ne ricevette alcune, le impiegò
con profitto nelle sue osservazioni planetarie. Così il 2 aprile 1673
scrive a Montanari:
E’
giunto finalmente l’involto in cui erano le operette di V.S. e la lente
inviatami dalla Sig. Elisabetta Sua Consorte. Io la ho provata
incontanente e ritrovata perfettissima. Le ne rendo grazie, accertandola,
che ha avuto applauso da questi Signori Accademici, e particolarmente dal
Sig. Hugenio [Christian Huygens] e Picard.
Ancora
nel XIX secolo, nell’Archivio Estense, si conservava un cannocchiale di
Geminiano Montanari che recava sull’obiettivo la scritta: Geminianus
Montanarius mathematicus Professor Bononiae 1676.
Francesco
Bianchini, che fu allievo di Montanari, ne elogia le capacità di
astronomo e dice:
dovunque
il Montanari si trattenne rimangono ancora in piedi … Osservatorj
Celesti ch’eressero a suo riguardo ne’ loro palazzi i più cospicui
Protettori delle Scienze, e più autorevoli estimatori delle rare sue
qualità [….] L’eccellentissimo Sig. Girolamo Correro in Venezia alzò
con isplendidezza [l’osservatorio] e l’accompagnò con sceltissima
libreria e con suppellettili preziose.
Spirito
modernissimo, Montanari era straordinariamente versato nelle più
disparate ricerche sperimentali, tra le quali ricordiamo quelle sui vasi
comunicanti, sui vetri infrangibili e la messa a punto di fondamentali
strumenti di misura (la livella diottrica, il reticolo micrometrico, il
barometro, ecc.).
Pietro
Riccardi, dopo avere elencato i sostanziosi contributi alle scienze del
Nostro, scrive: [egli] va giustamente noverato fra i più illustri
discepoli della scuola galileiana.
L’attività
scientifica di Montanari spaziava in campi tra loro diversissimi,
dall’idraulica all’economia, dalle prime trasfusioni di sangue alla
balistica. Di notevole rilevanza i suoi studi stellari, precursori della
moderna astrofisica, sopra tutti quelli riguardanti le variazioni di
magnitudine della stella più luminosa nella testa della Medusa, Algol
nella costellazione di Perseo, che osservò tra il 1667 e il 1670 e che
trovò oscillare tra la quarta e la seconda grandezza.
Anche il padre olivetano Agostino Fabri, suo allievo a Bologna,
intuendone l’importanza, scientifica e filosofica, elogiò la scoperta
del maestro:
notò il Sig. Montanari Matematico di questo Nobilissimo Studio, con istupore di chi credeva inalterabili, ed eterni que’ Corpi Celesti, essere sparite gli anni addietro alcune stelle fisse dal Cielo, e principalmente due di seconda grandezza; altre ne osservò ingrandite, et altre rimpicciolite, e mostrò farsi in loro di tempo in tempo non più credute mutazioni.
Originalissime
le sue ricerche sulla componente termica della radiazione lunare che così
descrive:
uno
specchio ustorio grande, col qual raccolti i raggi della Luna, e fatti
ferire in un Termometro assai delicato di moto, si vede mostrar più gradi
di calore che prima non faceva.
Le
numerose ed accurate osservazioni della cometa del 1680 gli valsero il
plauso di Isaac Newton che non mancò di includerle nel libro III del suo
fondamentale Philosophiae
Naturalis Principia Matematica,
il De Mundi systemate, nel quale risolve per via grafica le orbite
di questi misteriosi corpi celesti. Nei Principia il nome di
Montanari ricorre almeno quindici volte.
Nell’Astrologia
convinta di falso (Venezia 1685), l’opera sua più nota, dedicata al
duca di Sabbioneta, egli combatte con decisione l’astrologia
giudiziaria. Gli argomenti di Montanari richiamano alla mente, in perfetta
sintonia d’idee, le confutazioni contenute nelle Disputationes
adversus astrologiam divinatricem di Giovanni Pico della Mirandola,
pubblicate duecento anni prima.
Per
Montanari era un vanto affermare che, nei sedici anni d’insegnamento a
Bologna,
sono
sempre stato coerente nell’affermare sia in pubblico che in privato che
ho sempre ritenuto l’Astrologia Giudiziaria cosa falsa e vana a guisa
d’uomo che sempre l’hò creduta insussistente, e che non aveva per
anco veduto ò letto ragione alcuna che mi persuadesse verisimile ciò che
per vero tengono fermamente que’ tali che ci credono, e forse qualcuni
di quelli che la professano, ò per dilettazione ò per altro.
Dopo
questo doveroso omaggio al grande filosofo naturale modenese,
torniamo alle attività legate alla scienza degli astri nel ducato
estense.
Qualcosa
di astronomico era stato fatto intorno al 1650, dai gesuiti Giovan
Battista Riccioli e Francesco Maria Grimaldi di Bologna, che eseguirono
delle triangolazioni tra la Ghirlandina e la torre degli Asinelli per
rilevare la differenza di longitudine tra le due città, trovata uguale a
25’ 16”, nell’ambito delle triangolazioni geodetiche che
riguardavano anche Ferrara e Ravenna.
Qualche
decennio dopo, a Modena operò un astronomo e geografo di discreto valore,
Gaetano Fontana, padre teatino, figlio del conte Francesco Fontana.
Ottimo
osservatore, il Fontana fu tenuto in alta considerazione da Giovanni
Domenico Cassini, che lo definiva tres versé dans les observations
astronomiques, e ne incoraggiò la pubblicazione delle osservazioni
nelle Mémoires dell’Accademia parigina.
Le
osservazioni astronomiche del Fontana riguardarono principalmente
l’eclisse di Sole del 23 settembre 1699, l’eclisse di Luna del 17
giugno 1704, che fu osservato solamente a Modena e a Montpellier in
Francia, a causa delle nuvole che ricoprivano gran parte dell’Europa.
Infine l’ultima sua osservazione pubblicata sulle Mémoires, è
quella dell’eclisse di Sole del 12 maggio 1706.
Le
idee sul sistema del mondo del padre teatino erano però ben lontane dalla
modernità, esse si rifacevano alle opere del dottissimo anti-galileiano
gesuita Giovanni Battista Riccioli del Collegio di Santa Lucia a Bologna,
anche se aveva dedicato la sua Institutio, un manuale didattico di
astronomia e geografia, a Cassini, per il quale nutriva una profonda
ammirazione ed una sincera amicizia.
Alcune
ipotesi di Fontana sulle comete, secondo il quale gli astri chiomati sono
dei pianeti di una specie particolare, sollevarono l’aspra critica del
canonico francese Alexandre-Guy Pingré, astronomo e storico della metà
del XVIII secolo, che le giudicò, a ragione, sbagliate e risibili.
Per
Fontana, infatti, le comete brillano, come le loro code, di una luminosità
propria e la coda non differisce dalla testa, se non nella minor densità
della materia che la costituisce.
Se
la coda è sempre opposta al Sole, ciò avviene probabilmente per paura
che la sua sostanza, molto rarefatta, ne sia danneggiata dai raggi solari,
in altre parole, la materia della coda si ritrae, timorosa, dai raggi del
Sole.
Nell’ultima
parte del XVIII secolo soggiornò per qualche tempo a Modena un noto
astronomo, il veronese Antonio Cagnoli (1743-1816), che ebbe la sventura
di vedere distrutta la sua specola, eretta nella città natale, a causa di
una cannonata durante la campagna d’Italia di Napoleone. Le sue ricerche
astronomiche, molto apprezzate in Francia, gli fruttarono l’incarico per
la compilazione di due articoli dell’Encyclopédie, uno sulla
durata del crepuscolo, l’altro sulla luminosità del pianeta Venere.
La
figura di Cagnoli, nel panorama scientifico europeo ai tempi della
rivoluzione francese, è di un certo rilievo. Nato nell’isola di Zante
nel 1743, a 22 anni era entrato nella pubblica amministrazione di Venezia,
divenendo, poco dopo, cancelliere assistente del capitano di Bergamo e poi
segretario privato dell’ambasciatore Marco Zeno. Al servizio
dell’ambasciatore, ebbe incarichi presso le corti di Madrid e poi di
Parigi, dove, nel 1780, iniziò ad occuparsi di astronomia: avendo
fatto inopinatamente la grande metamorfosi di saltare dagli studi
metafisici, morali e politici ai matematici ed astronomici.
Divenuto
amico di Lalande, del quale era ammiratore ed appassionato lettore della
sua Astronomie, su sollecitazione di questi, nel 1782, costruì a
proprie spese un osservatorio nel centro della capitale francese.
In
quegli anni parigini pubblicò un bel lavoro di matematica, Trigonometria
piana e sferica, apprezzato anche dall’Accademia delle Scienze di
Parigi, che ne riconobbe i notevoli caratteri di originalità.
Tornato
a Verona nel 1785, costruì un nuovo osservatorio che, come abbiamo detto,
fu poi abbattuto dai colpi di cannone di Napoleone. Dopo una parentesi
milanese, Cagnoli arrivò a Modena dove poté lavorare tranquillamente,
riuscendo a mettere ordine nelle sue osservazioni e a pubblicare un buon
catalogo di 500 stelle che si affiancava a quello, apprezzato e noto a
livello internazionale, costituito da 220 stelle, del padre Piazzi.
Di
quest’opera, che Cagnoli, stimava tra le sue più importanti, scriveva:
ho
eseguito le osservazioni [per il catalogo stellare] parte negli anni 1783,
1784 in una specola da me apprestata in Parigi, parte in un’altra, che
ho eretto nella mia casa in Verona, e della quale a tal uopo
principalmente mi son valuto dal 1788 al 1792.
E’
interessante esaminare l’elenco, fornito dallo stesso Cagnoli, degli
strumenti adoperati nelle osservazioni stellari per il catalogo, tutti di
produzione francese. Tra questi spicca un quadrante mobile di tre piedi di
raggio, armato di un cannocchiale acromatico di due pollici di apertura e
uno strumento dei passaggi munito di micrometro, con cannocchiale
acromatico di 28 linee d’apertura e 3.5 piedi di fuoco.
Ancora
a Modena pubblicò il Trattato delle sezioni coniche, opera molto
apprezzata, che si andava ad affiancare ad un suo importante lavoro di
divulgazione scientifica, che ebbe numerose riedizioni, le Notizie
astronomiche adattate all’uso comune. Le Notizie,
caratterizzate da un’esemplare chiarezza espositiva, costituirono una
delle prime opere concepite per fornire elementi di astronomia ad un ampio
pubblico non specializzato.
Cagnoli,
professore presso la Scuola militare ducale, nel 1807 ottenne la dispensa
dall’insegnamento e si ritirò a Verona dove morì nel 1816.
E’
indubbio che nel corso del Settecento l’astronomia modenese conobbe una
profonda eclissi. L’abate Venturi, nel suo Elogio del Montanari,
lamentava la totale mancanza d’interesse per la scienza del cielo nella
nostra città con queste parole:
hammi
preso dolore, e direi quasi dispetto, in veder come fra tante anime colte
cresciute qui all’onor delle scienze, rado o niuno s’incontri nel
presente secolo, e nei passati un Astronomo; parendomi la nostra
indifferenza per lo studi degli Astri un’ombra, una macchia, di che gli
invidi per avventura potessero morderci, ed offuscare un tal poco le
glorie di questa Città rinomata.
Le
sorti dell’astronomia locale segnarono finalmente una vigorosa ripresa
agli inizi dell’Ottocento, grazie ad uno dei maggiori personaggi della
scienza modenese d’ogni tempo: Giovanni Battista
Amici, ingegno
acutissimo, che rientra a pieno titolo nella nostra storia perché
ideatore e costruttore di strumenti astronomici straordinari, spesso con
caratteristiche assolutamente innovative.
Non
ci occuperemo, in questo lavoro, se non marginalmente, dei suoi importanti
contributi in altri campi.
Nato
a Modena nel 1786, Amici si laureò a Bologna in ingegneria nel 1808.
Nello
stesso anno, Amici aprì un laboratorio in via dei Servi
e, in pochissimo tempo, la sua produzione di strumenti ottici, telescopi a
riflessione e microscopi, cominciò ad imporsi all’attenzione del mondo
scientifico.
Nel
1811, l’Osservatorio astronomico di Brera lo premiava con una medaglia
che portava l’iscrizione: A Giambattista Amici per telescopio pari
all’Herscheliano, un riflettore con specchio metallico di 17.5 cm di
apertura e 2.5 metri di focale che questi aveva donato alla specola
milanese.
Amici
non era però di carattere accomodante. Spesso orgogliosamente rifiutava
gli ordini di strumenti che non lo convincevano dal punto di vista
tecnico:
Non
accetto commissioni che mi tolgano la libertà di modificare a mio piacere
la forma degli strumenti in tutte quelle parti che, a mio giudizio,
possono essere migliorate. Se uno strumento deve portare il mio nome, io
amo che sia fatto secondo quei principi che mi sembrano più perfetti.
Dai
libri del suo laboratorio si desume che egli realizzò qualcosa come 10
telescopi riflettori, 10 acromatici, 100 grossi microscopi, 200 medi e
piccoli, senza dimenticare le camere lucide e 150 strumenti ottici di
diversa tipologia.
I
suoi interessi, inizialmente rivolti ai telescopi riflettori, furono ben
presto orientati alla progettazione di microscopi
catadiottrici, con
specchi in metallo. I suoi successivi e straordinari microscopi
acromatici, dotati di obbiettivi ad immersione, prima in acqua, poi in oli
di varia origine, fanno sì che oggi Amici sia universalmente riconosciuto
come l’autentico fondatore della microscopia moderna.
Purtroppo
non conosciamo i metodi di lavorazione utilizzati nel laboratorio di via
dei Servi, i risultati però parlano chiaro: le sue realizzazioni
rivaleggiavano con quelle dei migliori laboratori tedeschi.
L’attività
professionale di Amici non fu limitata a quella di semplice costruttore.
Non si possono infatti ignorare i suoi studi astronomici: misure di stelle
doppie, planetarie e le osservazioni di eclissi anche se, indubbiamente, i
risultati scientifici di maggior rilievo li conseguì in biologia e
botanica microscopica.
Torniamo
agli strumenti astronomici prodotti dal Nostro. Abbiamo già accennato al
premio assegnatogli nel 1811 per un riflettore a specchio metallico, il
maggiore allora esistente in Italia, realizzato in una lega ad alto
contenuto di stagno simile allo speculum di Herschel.
La
sua attività in questo settore proseguiva incessante: a Brera, qualche
mese dopo, giunse un nuovo riflettore di 26 cm di apertura la [cui]
vivezza delle immagini [era] affatto singolare, come
riferiscono gli astronomi di quell’osservatorio.
L’anno
successivo fornì due specchi alle specole di Bologna e Padova e, nel
1813, un riflettore di 30 cm e 2.6 metri di focale, con micrometro,
impiegato in misure di stelle doppie.
In
quegli anni giovanili, tra i suoi più fecondi, egli continuava
instancabilmente a sperimentare combinazioni ottiche e meccaniche
originali.
E’
del 1814 la descrizione del suo nuovo micrometro a lente bipartita, che
traeva ispirazione dal micrometro obbiettivo di Dollond e che egli spinse
alla massima perfezione. Dall’attenta analisi dei micrometri prodotti
dai suoi concorrenti, comprese che i principali problemi che affliggevano
questi strumenti risiedevano sia nell’estrema difficoltà di costruire
delle lenti adatte all’impiego con i telescopi riflettori di grande
diametro, sia nelle aberrazioni prodotte dalle lenti medesime, le quali rendevano
indeterminati i contorni delle immagini.
Egli
modificò radicalmente il disegno della lente bipartita ed installò un
suo micrometro così rinnovato su di un riflettore newtoniano di 11
pollici di apertura e 8 piedi di fuoco.
Tale
micrometro era applicato alla parte esterna del cursore di supporto dello
specchietto piano e l’oculare era montato in modo da conservare sempre
una uguale distanza dalle semilenti:
le
semilenti possono ambedue muoversi tanto a dritta che a sinistra, e le
divisioni sono al di qua, come al di là dello zero, locchè è un grande
vantaggio per determinare colla massima esattezza il contatto, come pure
la perfetta coincidenza delle due immagini.
Con
questo dispositivo, Amici poteva stimare delle distanze angolari fino a
circa 2’ 30” e per testarlo, la sera dell’8 ottobre 1814 misurò il
diametro maggiore dell’anello di Saturno, trovandolo 38”.06.
Altri
astronomi, che impiegavano tipi diversi di micrometro, trovarono invece
valori assai discordanti: Von Zach 35”, Pound 42”, Herschel 46”.7.
Ora,
noi sappiamo che quella sera il diametro dell’anello era in realtà di
38”.4, quindi Amici lo aveva determinato con una precisione
assolutamente straordinaria, commettendo un errore inferiore all’1%,
mentre von Zach lo stimò del 10% inferiore, Pound del 10% superiore e
Herschel maggiore di ben il 20%.
Nel
riportare queste misure egli si dice convinto, con piena ragione, che la
sua misura non poteva essere lontana dal vero nemmeno di un minuto
secondo. Questa, a mio avviso, è la limpidissima dimostrazione della
straordinaria perfezione del suo micrometro e l’ennesima conferma delle
sue eccezionali doti di progettista e costruttore.
Particolarmente
interessante il cannocchiale acromatico presentato durante una seduta
della Società Italiana delle Scienze nel 1821, la cui originalità
risiede nel modo con il quale risolse il problema del cromatismo: anziché
i soliti due tipi di vetro normalmente impiegati dagli ottici suoi
contemporanei, il flint ed il crown, egli ottiene lo stesso
effetto con un gruppo di quattro prismi di crown.
Nello
stesso anno realizzò un cannocchiale iconantidiptico a raddoppiamento
delle immagini, progettato per il rilevamento di precisione del
passaggio di un astro al meridiano, senza dover far uso di fili tirati nel
fuoco dell’oculare. Questo strumento, il cui prototipo a lenti era stato
realizzato da Jeaurat nel 1778, fu notevolmente migliorato da Amici. In un
primo tempo, il grande ottico modenese pensò di sostituire alle lenti gli
specchi metallici, tentando la costruzione di una combinazione ottica
complessa e delicata, capace di riunire in sé le caratteristiche
costruttive del telescopio gregoriano e cassegrain. Abbandonò presto
quest’idea a causa del facile sconcerto cui vanno soggetti
[questi strumenti]. Rivolse quindi la sua attenzione ad una combinazione
molto semplice, costituita da un normale obbiettivo acromatico e da un
piccolo prisma isoscele rettangolo posto nel fuoco dell’oculare:
questa
particolare circostanza ci permette di poter osservare le altezze o i
passaggi di un astro senza il soccorso de’ fili, lo che deve tenersi per
pregevolissimo vantaggio, se si considera che con questo mezzo si possono
determinare le posizioni di tutti que’ corpi celesti, i quali per la
debolezza della loro luce sfuggono alla vista ogni qual volta si cerca
d’illuminare i fili.
Successive
sperimentazioni dello strumento ne confermarono l’eccellente precisione
e la duttilità d’uso.
A
dare una svolta fondamentale alla sua vita non solo professionale contribuì
la serie di avvenimenti che seguirono alla breve rivoluzione del marzo del
1831, durante la quale il governo provvisorio lo nominò Prefetto alla
Pubblica Istruzione. Pochi giorni dopo, però, il duca estense fece
ritorno a Modena e, dopo averlo convocato a corte, perentoriamente gli fu
chiesto di giustificarsi. Amici
che, di fatto, non aveva avuto il tempo di assumere la carica assegnatagli
dal governo rivoluzionario, poté affermare di non aver firmato alcun
documento ufficiale di accettazione dell’incarico e di non essere quindi
in alcun modo politicamente compromesso.
La
corte estense non prese alcun provvedimento nei suoi confronti, ma neppure
si oppose quando comunicò di aver accettato la proposta di Leopoldo II
per dirigere l’osservatorio di Firenze, presso il quale si trasferì
pochi mesi dopo.
A
Firenze, Amici portò tutte le attrezzature ed il personale del suo
laboratorio modenese e continuò incessantemente a produrre importanti
contributi allo sviluppo della strumentazione astronomica anche al di
fuori dell’ottica tradizionale.
Giovan
Battista Donati, suo allievo e successore alla carica di Direttore
dell’Osservatorio, in un fondamentale studio sugli spettri stellari,
illustrò un’invenzione, molto ammirata anche all’estero, che ebbe
importanti applicazioni per la nascente spettroscopia stellare:
Il
Prof. Amici ha immaginato di porre fra il prisma e la fenditura una
piccola lente, il foco della quale corrisponde colla fenditura stessa, e
quindi i raggi che partono da questa dopo aver traversato quella piccola
lente vanno ad incontrare il prisma, tutti in direzioni parallele: e così
si ottengono le condizioni necessarie per osservare le strie [le righe
dello spettro solare].
Proseguiva
poi con la descrizione di uno spettroscopio a visione diretta nel quale il
fascio luminoso non era deviato dalla direzione dell’asse ottico,
semplificando così notevolmente il puntamento dell’oggetto:
[Amici]
ha ora costruito un prisma che offre una grandissima dispersione senza
deviare l’asse di visione: questo prisma si compone di tre prismi, due
dei quali di crown-glass, che ne comprendono in mezzo un terzo di
boro-silicato di piombo. Se con questo prisma si guarda direttamente una
fessura o linea luminosa, la luce si vede decomposta, e lo spettro
presenta le medesime strie che appariscono attraverso un prisma semplice
di flint-glass.
I
buoni rapporti con Ottaviano Fabrizio Mossotti, professore di meccanica
celeste a Pisa e studioso di ottica, avvicinarono Amici alle nuove teorie
delle aberrazioni extra-assiali che consentivano il calcolo di obbiettivi
sempre più perfezionati. La teoria di Mossotti fu applicata da un suo
allievo, Angelo Forti, al progetto di un obbiettivo astronomico a tre
lenti incollate che fu realizzato da Amici nel suo laboratorio in un
esemplare di 15 centimetri di diametro e 1.3 metri di fuoco. Le ottime
prestazioni di questo complesso obbiettivo convinsero il professore pisano
a pubblicare la sua fondamentale teoria sulle aberrazioni ottiche.
L’opera
sua più conosciuta del periodo fiorentino fu la realizzazione di un
grande obbiettivo acromatico per l’osservatorio, divenuto noto come il grande
cannocchiale di Amici. L’idea di un rifrattore acromatico che
rivaleggiasse con quello di Dorpat (si veda § 2.1) era da anni nei
pensieri di Amici, che però non poteva contare su vetri ottici di
produzione nazionale per quest’opera, e di questo si lamentava ad ogni
occasione:
manca
all’Italia un genere di manifattura, che i progressi dell’ottica hanno
introdotto presso le altre nazioni: la fabbricazione del flint-glass, per
uso degli obbiettivi acromatici.
Fu
quindi necessario chiedere al vetraio Guinand di Parigi una fornitura di
crown e flint di grandi dimensioni, vetri che giunsero a Firenze il 30
luglio 1840. Nel corso dei mesi successivi Amici ne ricavò un obbiettivo
di ben 11 pollici e 16 piedi di fuoco che fu presentato alla riunione
degli scienziati italiani tenutasi nel settembre del 1841, sollevando
meraviglia ed ammirazione.
Per
molto tempo l’obbiettivo non ebbe un’adeguata montatura e solo nel
1872, nella nuova sede dell’osservatorio ad Arcetri, trovò la sua
giusta collocazione, grazie a Donati che lo dotò di una solida montatura.
Nel
1844 Amici acquistò per sé due dischi di vetro per un nuovo obbiettivo
di 24 cm d’apertura e di 3.8 metri di fuoco. Vasco Ronchi, nel 1922,
formulò il seguente giudizio sui due grandi obbiettivi dell’ottico
modenese:
possiamo
concludere che l’obbiettivo dell’osservatorio è un buon obbiettivo di
28 cm e un ottimo obbiettivo di 24 cm…, mentre per il secondo i
risultati del collaudo permettono di porre l’obbiettivo fra i discreti.
Alla
morte di Amici, avvenuta il 10 aprile 1863, il suo laboratorio fu rilevato
da due industriali fiorentini, andando a costituire il nucleo centrale di
quelle che in seguito divennero famose con il nome di Officine Galileo.
4.
La fondazione dell’Osservatorio ducale ed il periodo Bianchi (1827-1859)
La
storia dell’osservatorio ducale, almeno ai suoi inizi, fu abbastanza
tormentata. Dopo il periodo napoleonico, ed il ritorno a Modena degli
estensi, prese corpo l’idea, appoggiata dal duca Francesco IV, di
fondare una specola.
Uno
dei principali promotori dell’iniziativa fu il marchese Rangoni,
ministro della Pubblica Istruzione, che subito individuò la figura alla
quale affidare la direzione del nuovo istituto, Giuseppe Bianchi, un
giovane modenese che si era laureato a Padova in matematica nel 1813.
Il
governo ducale decise di inviarlo all’Osservatorio di Brera dove si
sarebbe dovuto perfezionare in astronomia sotto la guida di Barnaba
Oriani. Nel frattempo l’Università aveva istituito una cattedra di
astronomia teorica che fu affidata al Bianchi nel 1818.
Ritardi
nella costruzione dell’osservatorio derivarono però dalla difficoltà
di trovare una sede adatta.
Si
discusse a lungo su dove collocare il nuovo istituto: si pensò al palazzo
sede dell’Università, subito scartato perché non dava garanzie di
stabilità strutturale, o di costruire un nuovo stabilimento in piazza
d’armi.
Dopo
aver scartato tutte le ipotesi fin lì emerse, il Duca decretò, nel 1826,
di mettere a disposizione della nuova specola la parte superiore della
torre di levante del suo palazzo.
I
lavori, affidati all’architetto Giuseppe Soli, non erano dei più
semplici: era stata giustamente esclusa la possibilità di intervenire
sulla facciata esterna del palazzo, già allora considerato un capolavoro
architettonico assolutamente intoccabile, ma allo stesso tempo, per
rendere idonei gli ambienti, si sarebbe dovuto procedere ad una
trasformazione radicale della struttura interna della torre.
L’intervento
più consistente riguardava la messa in opera di una robustissima volta a
sesto acuto, legata con catene, sui due muri esterni orientale ed
occidentale. Sulla volta si sarebbero dovuti appoggiare i pilastri del
circolo meridiano, dello strumento dei passaggi e dell’equatoriale. E,
naturalmente, bisognava rifare il tetto, sostituito da un altro portante
le fenditure meridiane dei due strumenti principali della specola.
Sorsero
altri problemi anche a questo riguardo, dovendosi attenere alle tassative
disposizioni che proibivano modifiche alla facciata del palazzo. Bianchi
commentava così i lavori eseguiti:
per
ciascuno dei due strumenti meridiani faceva d’uopo aprir la consueta
finestra longitudinale per tutta la soffitta e ne’ muri contro il
cannocchiale; affinché questo potesse mirar libero sino all’orizzonte
dall’un termine all’opposto. Ma il taglio su la facciata non
consentitasi; onde fu necessario innalzar il piano degli stromenti
mediante il descritto arco, e si operò in maniera che il cannocchiale,
collimando all’orizzonte, un poco al di sotto colla visuale radesse la
cornice del torrione. In conseguenza il solo tetto venne tagliato con due
fenditure parallele, che lo hanno diviso in tre parti, ciascuna sostenuta
da sé superiormente, ma inferiormente legate per due lunghe travi o
catene trasversali.
L’equatoriale
commissionato ad Amici fu sistemato in uno stanzino quadrato a pareti di
legno, cui era inscritta una fascia circolare sulla quale era appoggiato
un tetto mobile emisferico rotante, con copertura in lastre di rame.
Semplice
ed interessante il metodo utilizzato da Bianchi per tracciare la linea
meridiana in modo da collocare correttamente gli strumenti:
io
segnai questa [linea meridiana] valendomi dell’ombra di una fune fermata
in alto e mantenuta verticale da un peso, conosciuto d’altronde
l’istante del mezzodì sopra un orologio a secondi paragonato poco
immani con quello a pendolo, che io allora teneva in mia casa e che
regolava sul tempo sidereo mediante le occultazioni osservate di alcune
stelle dietro la Ghirlandina.Tracciata così nel punto centrale della
macchina la meridiana, le colonne degli appoggi, alla conveniente distanza
fra loro, furono poste in piombo e colla faccia piana dei cuscinetti
parallela all’anzidetta linea.
La
presenza a Modena dell’Amici esercitò una notevole influenza sulla
nascita della specola ducale. Lo stesso Bianchi, che per Amici non ebbe
mai gran simpatia personale e forse neppure adeguatamente stimava la
produzione ottica che usciva dal suo laboratorio, onestamente lo riconobbe
in un suo scritto inedito, Le Origini dello Stabilimento:
la
circostanza fortunata di essere Modena da alcuni anni in chiara fama
salita per opere meccaniche di uso astronomico, quali sono i grandi ed
eccellenti telescopi con somma cura eseguiti dal Sig. Professore Amici.
In
un primo tempo le autorità ducali pensarono di affidare all’Amici la
costruzione di tutta la strumentazione. L’offerta fu prontamente
rifiutata perché il grande ottico era a conoscenza della preferenza,
chiaramente espressa dal direttore in pectore della specola, per
uno strumento tedesco:
il
Sig. Ingegnere Bianchi ha già esternata la sua propensione per gli
strumenti di Monaco [del Reichenbach], preferirei dei quattro a piacimento
fosse colà fabbricato. Così nella nostra specola esistendo un lavoro di
celebre autore straniero, potrebbe questo anche essere oggetto di
confronto per gli ordigni della stessa specie che in questi Stati
venissero costruiti. Io mi incaricherò quindi, venendomi dato ordine
positivo, della fabbricazione di tre soli degli indicati strumenti.
Amici
accettò di produrre lo strumento dei passaggi ed un riflettore, ma le
trattative con il governo estense, intavolate per definire i termini della
commessa, proseguirono fino al 1821, segnando però ben presto il passo.
Nel
frattempo, i rapporti tra Amici e Bianchi si fecero tesi, tanto che Amici,
esasperato, inoltrò al rettore dell’università, Paolo Ruffini, una
dichiarazione di rinuncia alla costruzione degli apparecchi, in data 6
maggio di quell’anno.
L’intervento
del Duca in persona sbloccò la situazione, facendo recedere Amici dalla
sua rinuncia. Ruffini fece da tramite tra le autorità e Bianchi da una
parte e il grande ottico dall’altra, incoraggiando quest’ultimo a
riprendere i lavori.
Nel
frattempo, nel suo laboratorio, sul finire del 1821, era già iniziata la
costruzione dello strumento dei passaggi e dell’equatoriale e, in quel
periodo, stimolato dalle problematiche tecniche connesse a queste
impegnative realizzazioni, elaborò l’idea di un dispositivo di lettura
dei cerchi graduati a doppia ripetizione, che costituisce una delle sue
trovate più geniali.
Finalmente,
nel 1822 fu consegnato il circolo meridiano di Reichenbach e, un paio di
anni dopo, anche gli strumenti di Amici furono completati. Tutta la
strumentazione scientifica trovò sistemazione nella torre del palazzo
ducale, ristrutturata durante l’estate del 1827.
Qui
trovò alloggio anche il laboratorio meccanico, dotato di macchine per le
lavorazioni ottiche, condotto da Giuseppe Sgarbi, un valente artigiano che
aveva fatto pratica nel laboratorio di Amici.
Nella
specola furono installati i seguenti strumenti:
-
Un circolo meridiano di Reichenbach
-
Uno strumento dei passaggi di Amici
-
Uno strumento equatoriale di Amici
-
Un telescopio newtoniano di Amici
-
Un cerchio moltiplicatore a riflessione di Gambery
-
Un acromatico di Dollond, con micrometro a separazione di immagini
di Amici (dono di Venturi)
-
Un pendolo di Grindel (il Grindel era macchinista
all’Osservatorio di Brera)
Non
vi fu alcuna cerimonia inaugurale, a ricordare l’istituzione della
specola si può leggere una semplice lapide posta nel salone
dell’osservatorio che fissa la data del chirografo ducale: calende di
febbraio 1826.
La
prima osservazione astronomica registrata dal Bianchi fu il rilevamento
del tempo dell’emersione di Europa, secondo satellite di Giove, il 28
giugno 1827, per mezzo di un piccolo acromatico di Dollond.
Bianchi
riprese le osservazioni nell’ottobre 1827 che proseguirono, con metodo e
costanza, per tutti e 32 anni della sua direzione.
Dobbiamo
però riconoscere che non si trattò mai di ricerche che oggi si
definirebbero di “punta”. D’altra parte, la strumentazione di cui
era dotata la specola ducale non era tecnologicamente avanzata, neanche
per i tempi.
Il
circolo meridiano, con il suo rifrattore di soli 4 pollici francesi (108
mm), non consentiva osservazioni di stelle di bassa luminosità e la
stessa impostazione scientifica dell’osservatorio non si discostava in
nulla dalla più classica astronomia di posizione, ancora dominante nella
prima metà del secolo.
Bianchi
era perfettamente consapevole di perseguire un filone di ricerca che non
si poteva più considerare di primo piano. Nella lunga memoria nella quale
presentò i primi lavori per il suo progettato catalogo stellare,
ammetteva che le osservazioni visuali al telescopio sarebbero state
probabilmente sostituite, in un futuro non lontano, dalla dagherrotipia:
se
la Daguerrotipia potrà con pieno successo applicarsi a ricopiar le
immagini luminose più tenui e sfuggevoli dei cannocchiali, ne avremo
allora la più esatta e minuta descrizione del cielo stellato; ma in
aspettazione di ciò non ci serve all’uopo che l’attenzione diretta e
il giudizio esercitato dall’occhio.
Il
catalogo di cui parlava Bianchi doveva costituire il suo contributo
scientifico di maggior rilievo, con il quale intendeva riprendere ed
ampliare quello di 220 stelle di riferimento compilato agli inizi del
secolo dal padre Piazzi a Palermo.
Purtroppo
però, nonostante la smisurata quantità di osservazioni compiute in un
ventennio, tra il 1839 ed il 1859, il suo catalogo non fu mai pubblicato.
I
calcoli preliminari per questo progetto lo portarono a sospettare che
molte stelle elencate da Piazzi presentavano una sensibile variazione
del loro annuo moto proprio, ciò quando solo da pochissimo tempo
Bessel aveva annunciato un consistente moto proprio per Sirio e Procione.
Il
progetto del catalogo, forse l’unico alla portata del circolo meridiano
di Reichenbach, era nato dalla collaborazione con gli astronomi Cacciatore
di Palermo e Carlini di Brera.
In
un incontro svoltosi a Brera nell’autunno del 1838 i tre astronomi
avevano concordato di dividersi il lavoro, occupandosi ciascuno di una
zona di cielo: al Bianchi erano toccate le stelle circumpolari. In
quell’occasione, furono anche scelte le stelle di riferimento, Altair e
Procione, e l’epoca delle posizioni medie, il 1850. Alla morte del
Cacciatore, nel 1841, solo Bianchi ebbe la forza di continuare, in
perfetta solitudine, le osservazioni.
Dobbiamo
poi rilevare che l’aver scelto la torre di levante di palazzo ducale,
quale sede della specola, non si poteva ritenere una soluzione
tecnicamente adeguata. Per quanto i muri dell’edificio siano
straordinariamente massicci, alle fondamenta esse superano i due metri di
spessore, la sua notevole altezza produce piccoli ma sensibili spostamenti
laterali nella sua parte terminale, prodotti dal vento e dalle variazioni
diurne della temperatura, ed era quindi inevitabile che tali effetti
incidessero sulla stabilità posizionale degli strumenti astronomici ivi
alloggiati. Bianchi vi dedicò un accurato studio, documentato in una
memoria apparsa nel 1837.
Dopo
un lungo periodo dedicato alla raccolta di misure sullo stato della
struttura e degli strumenti, poté concludere che il perno occidentale del
circolo meridiano di Reichenbach subiva, dalla mattina alla sera, un
innalzamento di circa 5” e una rotazione in azimut da ovest verso sud di
3”. Ma anche lo strumento dei passaggi di Amici subiva uno spostamento
di livello dello stesso ordine di grandezza, mentre la sua rotazione in
azimut era di 9”, circa il triplo di quella del circolo meridiano. Tutte
le variazioni rilevate dovevano essere opportunamente sottratte dalle
misure astronomiche eseguite con questi strumenti, un lavoro tutt’altro
che facile e sicuro, che indubbiamente riduceva il livello di precisione
delle osservazioni.
Un
grande merito di Giuseppe Bianchi fu l’introduzione nel ducato estense
del sistema metrico decimale. Con un’ordinanza ducale del 2 giugno 1849
fu insediata una Commissione incaricata dell’acquisto dei campioni e
degli strumenti che si avvalse della collaborazione della Società
Italiana delle Scienze, con sede in Modena, nella quale Bianchi era
segretario generale.
L’astronomo
scrisse a Biot a Parigi incaricandolo di seguire la costruzione di tutti
gli archetipi. Nella sua risposta, il grande accademico francese
proponeva
che il nostro sistema delle nuove misure fondamentali dovesse comporsi di
parecchi archetipi esatti e in ottone del Metro e del Chilogramma, di un
Comparatore, di una Macchina per la divisione rettilinea, e di una
Bilancia di precisione.
Il
Biot, consigliava di affidare la fabbricazione dei pesi e la bilancia a
Deleuil, la macchina a dividere, il comparatore e i campioni metrici a
Perreux e la collezione di termometri Fastrè.
Bianchi fu incaricato di recarsi a Parigi dopo che lo stesso Biot
gli aveva raccomandato di far pratica con gli apparecchi in costruzione:
C’est
que si vous étés chargé de diriger l’application que votre
Gouvernement veut faire de ces appareils, rien ne pourra remplacer pour
vous la pratique personnelle que vous aurez acquise de leur usage, et de
leur valeur physique, si vous venez le étudier d’avance avec nous à
Paris.
Nel
luglio del 1850, avendo ricevuto conferma che la strumentazione era
pressoché completata, Bianchi si recò a Parigi, dove soggiornò due
mesi. Qui fece pratica quotidiana presso le officine meccaniche di
Perreaux e di Deleuil e poté frequentare, grazie ai buoni uffici di Biot,
l’Accademia delle scienze.
A
settembre, gli archetipi erano ormai disponibili per i controlli e le
verifiche definitive, subito eseguite all’osservatorio parigino, alla
presenza di Biot e di Arago. I risultati dei confronti furono verbalizzati
e sottoscritti, per accettazione, da Bianchi.
Il
verbale terminava con queste parole:
Le
résultat général de la discussion montre que les instruments destinés
au Duché de Modéne, présentent toute la précision, et la perfection
d’exécution, que l’on peut obtenir, dans l’état actuel des arts
mécaniques.
Il
materiale, perfettamente imballato in casse piombate, fu spedito via
Marsiglia e Livorno. Un errore della dogana di Marsiglia mise in profondo
allarme Bianchi: le casse, infatti, non arrivarono a Livorno bensì a
Genova e da qui proseguirono per Modena, dove giunsero felicemente il 7
dicembre.
In
una lettera, Biot, con legittimo orgoglio, aveva rassicurato
l’apprensivo astronomo sulla qualità degli archetipi:
si tout cela arrivé à bon port, vous aurez la plus parfaite, et la plus complète collection d’instruments qui ait été jamais combinée et confectionnée, pour établir un nouveau Système des Mesures.
Il
23 gennaio 1851, Bianchi e Marianini consegnarono all’Archivio Segreto
Ducale e al Ministero delle Finanze i campioni del chilogrammo e del
metro, portando a felice conclusione un’incombenza assai delicata e
condotta da un operoso governo e da un intelligente Ministro che sanno
promovere di siffatta guisa il pubblico bene e la gloria del paese.
L’officina
metrica di Modena, costituita con il compito di distribuire agli uffici
pubblici i campioni metrici, fu affidata a Cesare Zoboli e, come scrive
Bonacini, acquistò buona fama, tanto che il padre Angelo Secchi nel 1855
inviava a Bianchi un mezzo decimetro in platino per il campionamento e più
tardi fece richiesta di un complesso di campioni costruiti nell’officina
che il governo estense prontamente gli donò.
Bianchi,
ricollegandosi una tradizione più che centenaria, si occupò anche di
meteorologia. Suoi antesignani, in particolare per le esperienze
idrostatiche, idrografiche e barometriche, erano stati Geminiano
Montanari, Bernardino Ramazzini, il padre Gaetano Fontana, Antonio
Vallisnieri e Domenico Corradi.
Quest’ultimo
aveva iniziato delle rilevazioni pluviometriche nel periodo 1711-1724.
Già
nei primi anni della sua direzione della specola, Bianchi si dotò di
barometri e di igrometri e, dal 1830, iniziò la raccolta, mai interrotta,
dei dati pluviometrici.
Nel
1855, in un’ampia sintesi delle sue decennali osservazioni
meteorologiche, Bianchi ritenne di poter affermare che i cambiamenti del
tempo e la quantità di pioggia dipendevano in larga misura dalla
posizione della Luna relativamente al Sole e che il tempo, dal
buono e sereno al cattivo, si mantiene per alcun giorno di seguito dallo
stato o cambiamento avvenutone alcune ore innanzi che abbia luogo una fase
lunare qualunque, sia di sizigia o di quadratura.
Infine,
nel 1859, troncatami in quell’epoca dai rivolgimenti politici la
carriera pubblica de’ miei studi, Bianchi fu messo a riposo.
L’invito
ad occuparsi della specola del marchese Raimondo Montecuccoli Laderchi,
posta in città in Rua Muro, in un palazzo di proprietà del colto
aristocratico, fu accolto con gioia dal vecchio astronomo. In effetti,
l’osservatorio privato Montecuccoli era perfettamente attrezzato e
sicuramente rivaleggiava, come qualità della strumentazione quivi
raccolta, con la specola di palazzo ducale.
I
due principali strumenti d’osservazione erano un rifrattore equatoriale
del costruttore Mertz, posto sotto una piccola cupola emisferica e un
moderno circolo meridiano di Starke. Quest’ultimo strumento, ordinato a
Vienna nel 1862, disponeva di un cannocchiale di 77.5 mm di apertura e 95
cm di fuoco, spezzato ad angolo retto e munito di un reticolo a nove fili
verticali e due orizzontali. Il cerchio di lettura angolare delle altezze,
di 40 cm di diametro, era diviso alla circonferenza in due fasce
d’argento di grado in grado e la lettura si eseguiva con un microscopio
semplice. L’equatoriale di Merz aveva un obbiettivo di 11 cm
d’apertura e quasi due metri di fuoco, riccamente dotato di oculari e di
un micrometro anulare.
Di
gran pregio la collezione di orologi, pendoli e cronometri raccolta dal
marchese, tutti della miglior qualità. Bianchi si occupò delle
osservazioni astronomiche nella specola Montecuccoli a partire dalla metà
del 1863, in particolare di occultazioni di stelle da parte della Luna.
Alla
sua morte, avvenuta nel 1866, il suo necrologio, frettoloso ed impreciso,
fu scritto da uno dei suoi successori, il Ragona, che non rendeva però a
sufficienza le indubbie qualità dell’uomo e la sua dignitosa opera
scientifica.
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