©Rodolfo Calanca, 2003

L’astronomia nel ducato estense 

tra il XVII ed il XIX secolo

PARTE 1^

di Rodolfo Calanca

 

1. Premessa

 

Quest’anno ricorrono due anniversari: il 350° della pubblicazione del De cometa di Giovan Domenico Cassini (fig. 1) ed il 400° della nascita del marchese Cornelio Malvasia (fig. 2), cultore di astronomia e dell’astrologia giudiziaria, mecenate e uomo d’arme, che Fontenelle elogiava con queste parole: le Marquis etoit Sénateur dans sa Patrie, Général des troupes du Duc de Modène, et Savant, trois qualités qu’il reunissoit à l’exemple des anciens Roman, devenu presque fabuleux pour nous.

Il De cometa è un’operetta dedicata da Cassini al Duca Francesco I di Modena, nella quale il ventottenne astronomo di origine ligure, da poco più di due anni professore allo Studio bolognese, raccoglieva le sue osservazioni della cometa apparsa sul finire del dicembre dell’anno precedente.

A mio avviso, il De Cometa ha un’importanza emblematica.

Esso costituisce, infatti, sia la prima pubblicazione scientifica del giovane e valente professore, sia il primo esempio di osservazioni celesti di precisione eseguite, con metodo sicuro, in territorio modenese.

Intorno al solstizio d’inverno del 1652, Cassini fu ospite nell’osservatorio del suo mecenate, il marchese Cornelio Malvasia, all’interno della Villa di Panzano (fig. 3), nei pressi di Castelfranco Emilia. Qui, insieme a Malvasia e, occasionalmente, al Duca di Modena, anch’egli incuriosito dall’apparizione di quel maestoso astro chiomato, trascorse le fredde notti invernali prendendo, al telescopio, accurate misure di posizione della cometa  ed elaborando una teoria sulla sua origine:

 

le osservazioni che io feci [della cometa] mi autorizzarono a concludere che essa non aveva parallasse sensibile e che si trovava sopra [l’orbe] di Saturno.

 

Dopo una lunga permanenza a Bologna, Cassini, trasferitosi alla corte di Luigi XIV, divenne il più famoso astronomo d’Europa.

Credo che questi due anniversari costituiscano la giusta occasione per riprendere ed illustrare, approfondendole, le origini recenti della scienza del cielo a Modena e per ripercorrere la breve, ma interessante storia della specola ducale.

La narrazione di questi fatti, che prende l’avvio dalla metà del Seicento, copre circa due secoli.

Per una miglior comprensione dei numerosi argomenti trattati e per porsi in una più ampia prospettiva storica e scientifica, penso sia utile accennare allo stato dell’astronomia in Europa nei secoli XVII° e XVIII°, senza trascurare di evidenziare il grande sviluppo tecnologico degli strumenti d’osservazione celeste, (cannocchiali, telescopi e dispositivi per le misurazioni angolari degli astri) che contraddistinse quel periodo straordinario della scienza astronomica.

 

 

2. Cannocchiali, telescopi, strumenti dei passaggi e circoli meridiani

 

2.1 Il cannocchiale acromatico tra il Settecento e la metà dell’Ottocento

 

Tra le principali invenzioni del XVIII secolo possiamo certamente annoverare quella del cannocchiale acromatico, chiamato così

 

perché, al contrario dei cannocchiali ordinari, che mostrano gli oggetti colorati ai loro bordi, il ché nuoce alla definizione ottica, quelli si presentano senza alcun colore. Il termine acromatico proviene dal greco chroma, colore, e dalla a privativa nella stessa lingua.  L’autore di questa felice denominazione, che è stata poi ampiamente adottata, è stato Lalande.

 

Alla fine del Seicento, Newton, nel corso delle sue esperienze sul cromatismo, aveva espresso la convinzione, sbagliata, che, essendo questa un’aberrazione ineliminabile, l’unico modo per ridurne gli effetti fosse di allungare a dismisura la lunghezza focale dei cannocchiali.

Nello stesso periodo, Huygens calcolò un obiettivo costituito da due lenti dello stesso vetro, corretto per l’altra perniciosa aberrazione ottica, quella sferica.

Il problema dell’acromatismo, ritenuto, dai più, ancora insolubile, tornò in primo piano mezzo secolo dopo, innescando subito interminabili polemiche tra scienziati e tecnici di diverse nazionalità.

John Dollond, un ottico francese emigrato a Londra per motivi religiosi che, nel 1752, insieme al figlio Peter, aveva aperto un laboratorio per la costruzione di strumenti scientifici, divenuto ben presto tra i più famosi ed apprezzati d’Europa, era dello stesso parere di Newton.

Egli perciò non mancò di contestare le idee del grande matematico svizzero Leonard Euler che erroneamente sosteneva di poter eliminare il cromatismo dei cannocchiali per mezzo di due menischi in vetro, tra i quali fosse stata interposta dell’acqua. 

Tentò anche di realizzare un tale sistema ottico, ma con risultati assolutamente insoddisfacenti: egli si era intestardito a lungo su questa soluzione e non voleva ammettere che, per questa via, era impossibile ottenere un’ottica acromatica.

Era talmente convinto di essere nel giusto, da attribuire i propri insuccessi alle difficoltà di tipo tecnico legate alla lavorazione di quattro superfici sferiche con elevato raggio di curvatura.   

Finalmente, nel 1754, Samuel Klingenstierna dell’accademia svedese delle scienze, pubblicò una memoria nella quale, con un’analisi rigorosa, dimostrava l’inconsistenza degli esperimenti di Newton e ne proponeva di nuovi che contraddicevano quelli del padre della gravitazione.

Lo scritto, tradotto in inglese da uno studente dello stesso Klingenstierna, fu inviato a Dollond, che ne ricevette una forte impressione.

Questi decise di far buon uso dei suggerimenti del matematico svedese, ed intraprese subito nuovi esperimenti, prima con prismi immersi in acqua, poi con vetri di crown (a bassa dispersione, contenente ossidi di sodio e di calcio) e flint (ad alta dispersione, elevata percentuale di ossidi di piombo).

I risultati di queste innumerevoli prove, eseguite con diverse combinazioni di vetri a bassa ed alta dispersione, che contraddicevano sistematicamente le esperienze di Newton, lo portarono alla realizzazione di obiettivi acromatici composti da una lente convergente in crown e da una divergente in flint.

Nel 1758 mise in vendita i primi acromatici di 1.5 metri di fuoco e nel 1765, suo figlio Peter, che gli era succeduto alla guida del laboratorio, propose un obbiettivo a tre lenti, due concave di crown e una sola convessa di flint.

Questa soluzione consentì di ridurre anche l’aberrazione sferica e di produrre obbiettivi che, a parità di focale, avevano dimensioni maggiori.

Sul Continente, il primo obbiettivo acromatico fu costruito in Francia da Claude Passement nel 1761, presto seguito da altri realizzati su progetto di Clairaut, che aveva trovato il modo di ridurre sia l’effetto dell’aberrazione cromatica, sia di quella sferica, ispirando l’ottico Anthéaulme a realizzare, nel 1763, un ottimo acromatico di 2 metri di focale.

Nell’Ottocento, le dimensioni dei rifrattori acromatici iniziarono ad aumentare. Quasi abbandonati i grandi riflettori di concezione herscheliana, furono ampiamente studiate le combinazioni acromatiche dei vetri ottici e le tecniche di fusione delle paste vitree per ottenere crown e flint di grandi dimensioni.

Vetri di qualità superiore per la costruzione degli obbiettivi furono prodotti alla fine del XVIII secolo dallo svizzero Paul-Louis Guinand. Questi si trasferì nel 1805 in Baviera presso il laboratorio vetrario di  Utzschneider, dove ebbe un burrascoso rapporto di collaborazione con Fraunhofer che lo costrinse a far ritorno in patria nel 1814.

Il cannocchiale acromatico di Dorpat da 24.5 cm di apertura e 4.4 metri di focale, in montatura equatoriale con azionamento a pesi, realizzato nel 1824, fu considerato il capolavoro di Fraunhofer. Si trattava del primo esempio di progetto ottico elaborato con criteri moderni, sia per il calcolo rigoroso della curvatura delle lenti sia per la qualità superiore dei vetri impiegati.

Fraunhofer, quando presentò il nuovo strumento all’Accademia delle Scienze Bavarese, si lasciò però andare ad alcune taglienti critiche nei confronti della scadente qualità dei vetri prodotti in Inghilterra ed alla faciloneria degli ottici inglesi che, a suo dire, ancora lavoravano gli obbiettivi acromatici per tentativi, tentando l’accoppiamento quasi casuale di lenti di composizione diversa, senza seguire alcun metodo analitico rigoroso.

Alle critiche di Fraunhofer non sfuggiva neppure John Frederik Herschel, figlio del grande William, il quale, con un riflettore di 20 cm,  non aveva riconosciuto la duplicità della stella ζ Bootes che, invece, era stata separata nelle sue componenti da Bessel, naturalmente con un acromatico di Fraunhofer di soli 11 cm di apertura.

Si trattava di una diatriba, ormai centenaria, riesplosa ancora una volta tra chi sosteneva la superiorità degli obbiettivi a lente contro gli specchi, disputa che alimentò accese polemiche per tutto l’Ottocento.

Nella sua risposta, Herschel chiamò in causa Amici e i suoi riflettori che, a suo parere, reggevano il confronto con i migliori rifrattori acromatici. Lo stesso Amici, in una lettera ad Herschel del 16 marzo 1826, ribadiva che il suo riflettore di 11 pollici era probabilmente migliore del rifrattore di Dorpat.  

Quando Airy finalmente chiarì che il potere risolutivo (fattore che determina la capacità di separare due stelle vicine) è direttamente proporzionale al diametro dell’obbiettivo, gli astronomi della fine del XIX secolo di nuovo si rivolsero agli strumenti a riflessione, perché di più semplice lavorazione rispetto ai rifrattori e realizzabili con dimensioni assai maggiori e ad un minor costo.

Il più grande rifrattore oggi esistente, la cui costruzione risale alla fine dell’Ottocento, ha il diametro di 1 metro (limite ritenuto invalicabile a causa dell’intollerabile deformazione delle superfici prodotta dal peso proprio del vetro), mentre il riflettore russo, il maggior del mondo, costruito in un solo blocco di vetro poco più di 30 anni fa, raggiunge i 6 metri.

 

  

2.2 I telescopi riflettori

 

E’ al grande Isaac Newton che si deve il primo tentativo, coronato da successo, di realizzare un telescopio riflettore perfettamente funzionante.

Il sommo scienziato era dotato di una non comune abilità manuale, e il suo primo telescopio, presentato con giustificato orgoglio alla Royal Society, aveva uno specchio metallico da lui stesso pazientemente lavorato. Non conosciamo esattamente il tipo di lega impiegato, ma possiamo presumere che fosse un amalgama di rame e stagno facilmente lucidabile con un attrezzo di pece.

Alla fine del 1671 il telescopio passò nelle mani di Henry Oldenburg, segretario della Society, che lo mostrò all'assemblea suscitando reazioni entusiastiche.                               

A seguito di ciò, e nonostante Newton fosse ancora uno sconosciuto professore di Cambridge, misantropo ed eccentrico, venne eletto socio di quell'illustre consesso su proposta del Vescovo di Sarum, Seth Ward, uno dei suoi membri più prestigiosi.

Il telescopio newtoniano attirò l'attenzione degli astronomi di tutta Europa, da Huygens a Cassini e Hevelius.

Era però già noto che nel 1663 James Gregory aveva proposto lo schema di un telescopio a riflessione. Il sistema ottico di Gregory, che porta ancora oggi il suo nome, differiva molto da quello, più semplice, di Newton: il gregoriano era formato da uno specchio principale concavo, forato al centro, e da un secondario ellittico sull’asse ottico.

Anche un oscuro professore di Chartres, Laurent Cassegrain, aveva proposto una variante al telescopio riflettore, costituita da un grande specchio, anche questo forato al centro, attraverso il quale passava il cono di luce riflesso da un piccolo specchio convesso iperbolico.

La configurazione ottica originale del telescopio di Newton, chiamata ancora oggi combinazione ottica newtoniana, oltre allo specchio metallico, comprendeva un prisma rettangolare a riflessione totale, sistemato esattamente sull'asse ottico, la cui ipotenusa, inclinata di 45°, era incollata ad un manico di sostegno in ottone annerito in modo da riflettere l'immagine all'esterno del tubo di supporto dello strumento, con un angolo di 90°.

Sul tubo era ricavata una nicchia che accoglieva la lente oculare: la messa a fuoco si otteneva spostando avanti o indietro lo specchio principale. 

Il primo a rendersi conto che il vero punto debole del suo telescopio risiedeva nello specchio metallico fu Newton stesso. 

Il metallo lucidato rifletteva solo poco più della metà della luce incidente e tendeva rapidamente ad ossidarsi, annerendosi notevolmente. Di conseguenza, le immagini prodotte da questo telescopio, con il passare del tempo, diventavano sempre meno luminose, fino al loro completo degrado.

Per ovviare a questo grave inconveniente, Newton suggerì di

 

impiegare, al posto del metallo, un vetro lavorato concavo sul lato anteriore, altrettanto convesso sul lato posteriore, e ricoperto di argento vivo [mercurio] sul lato convesso.

 

Nella sua soluzione, il vetro dello specchio doveva avere la stessa curvatura sia sulla superficie anteriore sia su quella posteriore. La luce proveniente dai corpi celesti, prima di essere riflessa dal sottile strato di mercurio, attraversava l'intero spessore del vetro.

Le notevoli difficoltà tecniche di una lavorazione accurata delle due superfici, fecero naufragare il progetto del grande scienziato, rendendolo in pratica inattuabile. 

Egli si accorse che, pur affidando la lavorazione dello specchio ad un abile artigiano, e

 

sebbene sembrasse tanto ben lavorato quanto gli obiettivi sono soliti esserlo, quando fu ricoperto di argento vivo, la riflessione svelò numerosissime ineguaglianze lungo tutto il vetro.

 

A causa di questi gravi problemi, per alcuni decenni, il telescopio riflettore non ebbe estimatori nel mondo astronomico.

Con Hadley, nel 1718, le cose cominciarono a cambiare. Egli ne costruì due perfettamente funzionanti, e da allora i riflettori furono di nuovo al centro dell'interesse degli studiosi del cielo.

Scarlett in Inghilterra, e Passement in Francia, diffusero la sua costruzione. Contribuirono a convincere gli astronomi i confronti con i cannocchiali tradizionali non acromatici, come quello eseguito da Pound e Bradley in Inghilterra, di un telescopio di Hadley di soli 1.6 metri di fuoco con il grande cannocchiale di Huyghens di 38 metri. Essi videro che il telescopio, molto meno ingombrante e delicato, ingrandiva altrettanto e che i dettagli percepiti erano gli stessi del gigantesco cannocchiale. 

I primi riflettori erano strumenti di dimensioni ridotte, montati, in genere, su esili treppiedi in legno. Sir Samuel Molyneux, astronomo e uomo politico inglese, ebbe gran successo quando presentò un suo riflettore newtoniano al re del Portogallo Giovanni V. Lo strumento era costituito da uno specchio metallico sferico di 65 centimetri di fuoco, appoggiato in tre punti ed inserito all’interno di un tubo esagonale di legno. Uno specchio metallico piano inclinato di 45° portava all’esterno il fascio di luce, ed un oculare di corta focale formava un’immagine con lo stesso ingrandimento e definizione di un cannocchiale di 10 metri di lunghezza.

Il tubo era montato su di un supporto inadeguato a garantire la necessaria stabilità. In compenso, non era privo di una certa eleganza, che non guasta mai: esso appoggiava su di un tavolo triangolare sostenuto da un globo ornato di sculture e figure.  

James Short, ben noto ottico e matematico londinese, fu il miglior costruttore di riflettori prima di Herschel. Famoso il suo telescopio di 3.6 metri di focale per l’osservatorio di Oxford, a lungo il miglior strumento a riflessione in Europa.

In Francia si preferì realizzare, per qualche tempo, strumenti di tipo Cassegrain, con focali anche superiori ai 7 metri. Essi avevano ancora la superficie riflettente realizzata in leghe facilmente lucidabili, chiamate speculum, di composizione simile a quella usata da Newton decenni prima, anche se, alla metà del Settecento furono fatti molti tentativi per rendere le leghe meno fragili e maggiormente riflettenti.

Lo Smith, autore del più famoso trattato d’ottica del Settecento, sosteneva di aver sperimentato 150 leghe diverse, ma non ne avevo trovata nessuna priva di difetti.

Le leghe metalliche, con le quali si realizzavano le superfici riflettenti, erano sicuramente il limite principale dei telescopi.

Abbiamo già visto che lo stesso Newton conosceva i difetti di questa soluzione: il metallo si dilatava al variare della temperatura e modificava la sua forma, si opacizzava facilmente, si deformava, specialmente quando era di grandi dimensioni, sotto il suo stesso peso, e via di questo passo. L’uso del vetro, reso riflettente con un trattamento chimico a base di argento, fu introdotto molto più tardi, a partire dalla metà dell’Ottocento.

Gli esperimenti di Herschel per trovare una lega dura, adatta alla costruzione di specchi astronomici, non sempre ebbero il successo sperato. L’astronomo di origine tedesca aveva trasformato il pianterreno della sua abitazione in fonderia per gli specchi.

Per due volte, nel suo laboratorio casalingo, aveva tentato di fondere un disco metallico di ben 90 cm ma, durante il raffreddamento, la prima fusione s’incrinò mentre, nel corso del secondo tentativo, lo stampo si ruppe ed il metallo fuso si sparse pericolosamente a terra, spezzando fragorosamente le piastrelle del pavimento. 

William Herschel, che insieme al francese Messier è legittimamente considerato il miglior osservatore del cielo del Settecento, era nato ad Hannover in Germania nel 1738 e si era trasferito in Inghilterra al seguito della banda del reggimento tedesco di cui faceva parte, in qualità di oboista.

Accettò poi il posto di organista nella cappella di Bath una località termale molto alla moda nell’Inghilterra della seconda metà del Settecento, un impegno non troppo gravoso che gli lasciava abbastanza tempo per altri interessi al di fuori del campo musicale.

Nel 1772, all’età di 34 anni, iniziò a costruire cannocchiali seguendo le istruzioni contenute nell’Opticks di Smith, per poi passare ai riflettori di sempre maggiori dimensioni.

Durante la sua lunga carriera, Herschel lavorò con le proprie mani una quantità inverosimile di specchi astronomici: 200 di 2 metri di focale, 150 di 3 metri, 80 di 6 metri, molti dei quali furono venduti ad astronomi di tutta Europa.

Nel 1786 soppresse lo specchietto secondario di rinvio nel suo telescopio newtoniano di 5.4 metri, ed inclinò un po’ il grande specchio all’interno del tubo. Per l’osservazione, si piazzava da un lato del tubo con l’oculare opportunamente decentrato. Questa soluzione, chiamata front view, aumentava considerevolmente la luce che entrava nell’oculare senza accrescere in modo apprezzabile le aberrazioni del sistema ottico.

La sua più grande impresa di costruttore di strumenti astronomici, tale da sbalordire i suoi contemporanei, fu un enorme riflettore di 12 metri di fuoco, che vide la luce il 19 febbraio 1787. Solamente due anni dopo Herschel si ritenne però tecnicamente soddisfatto della sua opera, quando scoprì due satelliti di Saturno, Encelado e Mimas.

Il gigantesco tubo del telescopio, allestito direttamente nel giardino della sua casa di Slough, fu realizzato in lamiera di ferro calandrata con una lunghezza di 12 metri ed un diametro di 145 centimetri. Il grande specchio, del peso di una tonnellata, aveva un’apertura di 127 centimetri, ma la parte lavorata otticamente non superava i 122 centimetri di diametro.

Il suo spessore era di quasi 9 centimetri, ed era cinto da un anello di ferro che serviva a fissarlo ad una estremità del tubo.

Morto Herschel, quella che fu considerata una delle meraviglie del secolo dei lumi, fu presto smantellata, e le sue parti irrimediabilmente disperse.

Un contemporaneo, suo fervente ammiratore, affermò che il suo nome durerà quanto il sistema planetario. L’epigrafe sulla sua tomba ci ricorda che coeli aperuit clausura: egli aprì alla scienza i chiusi recessi del cielo.

Si dovrà attendere quasi mezzo secolo per vedere di nuovo un telescopio altrettanto imponente. A realizzarlo fu Lord Rosse che, nel 1845, innalzò nel giardino del suo castello un riflettore di 182 cm a specchio metallico con quasi 17 metri di focale, montato in altazimutale, apertamente ispirato a quello di Herschel. Esso fu impiegato in dettagliate osservazioni della struttura di alcune galassie a spirale.

Ormai l’epoca gloriosa degli specchi in bronzo volgeva al termine. Il canto del cigno fu un riflettore metallico di 122 cm di diametro, realizzato da William Lassell nel 1859. Esso, sotto alcuni aspetti tecnici e progettuali, adottava soluzioni moderne: lo specchio appoggiava su di un dispositivo che ne compensava le flessioni ed il tubo era montato in equatoriale entro una forcella.

Dobbiamo all’astronomo reale G.B. Airy la proposta, formulata nel 1827, di usare l’argento per rendere speculare una superficie di vetro, ma solamente nel 1856 lo scienziato francese Leon Foucault costruì il primo telescopio con specchio in vetro, argentato con un procedimento chimico.   

 

2.3   Strumenti di misura delle coordinate astronomiche

 

Il quadrante murale era uno strumento concepito per la misura della distanza zenitale di stelle e pianeti al loro passaggio meridiano. Divenne uno strumento moderno di buona precisione nelle mani di Tycho che, alla fine del Cinquecento, realizzò un grande quadrante per il suo osservatorio di Uraniborg, provvisto di un’accurata divisione angolare che consentiva rilievi a 2’.

Il primo quadrante dotato di cannocchiale di mira, fissato ad un muro per conferirgli la massima solidità e stabilità, fu installato a Greenwich nel 1675 su progetto di Robert Hooke, che aveva acceso un’aspra disputa con Hevelius sull’utilità dei cannocchiali applicati agli strumenti astronomici per la misura di angoli in cielo, quale appunto il quadrante.

La posizione dell’astronomo di Danzica era di tipo tradizionale, e si fondava sulla sua vasta e non trascurabile esperienza di costruttore di strumenti e di osservatore del cielo.

Egli era convinto dell’inutilità dei quadranti e sestanti dotati di apparati ottici, soprattutto a causa dei gravi difetti dei cannocchiali del suo tempo.

Un’analisi moderna dell’accuratezza di centinaia di misure astrometriche da lui eseguite a Danzica con strumenti privi di cannocchiale, mostra che l’errore medio è sì minore di 1’, ma non molto migliore delle analoghe misure eseguite da Tycho alcune decenni prima nel suo magnifico osservatorio sull’isola di Hven. 

Hooke, sosteneva invece, e a ragione, l’utilità del cannocchiale applicato ai quadranti, sestanti e ottanti, anche se il principale strumento da lui costruito, un grande quadrante munito di cannocchiale, installato al Royal Observatory, era affetto da gravi problemi di flessioni e torsioni strutturali e da una scarsa maneggevolezza. La qualità delle misure, eseguite con questo strumento, presto ritenuta insufficiente dagli astronomi di Greenwich, costrinse Flamsteed a smantellarlo nel 1677.

Alcuni dei principali inconvenienti evidenziati dal quadrante di Hooke, essenzialmente di stabilità meccanica, furono eliminati da George Graham e Jonathan Sisson che, in stretta collaborazione, progettarono un nuovo quadrante murale di 2.4 metri di raggio, rinforzato da un’ossatura di profilati di ferro. La sua costruzione era stata promossa dall’astronomo reale Edmond Halley ed esso fu reputato tra i migliori strumenti del tempo. 

Già nel Settecento ai quadranti murali vennero riscontrati alcuni irrisolvibili difetti, in particolare, il fatto che l’intelaiatura di supporto del lembo inciso non giaceva sullo stesso piano meridiano, in modo che il cannocchiale che scorreva su di essa declinava ora a destra e ora a sinistra, seguendo le imperfezioni della struttura. Così, essi non erano più precisi di 5” nel misurare l’altezza degli astri o di 7 o 8 secondi nel rilevare il tempo del passaggio meridiano.  

Per eliminare gli inconvenienti dei quadranti fu realizzato lo strumento dei passaggi, il cui primo esemplare fu costruito a Copenaghen da Roemer nel 1690, che lo utilizzava attraverso l’apertura di una finestra. Questo primo esemplare presentava qualche notevole caratteristica, quale la struttura a doppio tronco di cono per prevenire le flessioni o il braccio di comando per il movimento del cannocchiale.

Il reticolo, costituito da diversi fili, era illuminato dalla parte dell’obiettivo da una lanterna e le misure d’altezza si ottenevano per mezzo di un settore graduato fissato su di un braccio che si leggeva con un microscopio. Roemer lo migliorò notevolmente nel 1704, ma divenne d’uso comune solo alla metà del secolo, grazie a Graham e di Bird, celebri costruttori inglesi, che lo proposero con successo ad astronomi di tutta Europa, tra i quali Lemonnier, Lacaille ed altri.   

L’invenzione di una macchina a dividere per incidere graduazioni di alta precisione su lembi circolari consentì al tedesco Georg Friedrich Reichenbach, agli inizi dell’Ottocento, di realizzare un nuovo tipo di strumento, il circolo meridiano, che riuniva i vantaggi dei quadranti murali e degli strumenti dei passaggi.

Queste straordinarie caratteristiche degli strumenti di Reichenbach erano ampiamente riconosciute dagli astronomi del tempo. Il nostro Giuseppe Bianchi, primo direttore della specola ducale, che disponeva nel suo osservatorio dell’ultimo circolo meridiano prodotto dal costruttore tedesco prima della sua morte, scriveva, a proposito del progetto di un catalogo stellare (sul quale torneremo):

 

E’ da riflettere intanto che ad agevolare la formazione di un buon catalogo di stelle […] non poco hanno contribuito gli ultimi perfezionamenti apportati nelle macchine astronomiche, e più che tutt’altro la felice invenzione del Reichenbach di congiungere in un solo strumento, qual è il suo circolo meridiano, l’esattezza dei grandi Quadranti murali o dei circoli ripetitori, per ottenerne le declinazioni, colla semplicità e leggerezza dell’istromento dei passaggi, per dedurne le Ascensione rette.

 

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