© Rodolfo Calanca, 2003


LE COMETE NEL SETTECENTO E I LORO POSSIBILI IMPATTI CON LA TERRA


 

Parte 1: IPOTESI SULLA NATURA DELLE COMETE

DALL'ANTICHITA' FINO AL SEICENTO

di RODOLFO CALANCA

 

Nell’antichità, l’inattesa apparizione di una cometa luminosa, produceva quasi sempre paure profondamente radicate nell’ignoto. Forse, come sosteneva il grande scienziato americano, da poco scomparso, Carl Sagan, i nostri progenitori, decine di migliaia di anni fa, assistettero, impotenti ed atterriti, alla caduta catastrofica di un asteroide o di una cometa e l’intero carico di ataviche paure e di angoscia, seguito a questo drammatico avvenimento, lasciò un marchio incancellabile nel DNA dell’umanità.

Nel mondo greco e romano si parlò e si scrisse molto sulla natura delle comete, in particolare si dibattè  sul fatto se le comete appartenessero alla sfera sublunare e fossero quindi fenomeni atmosferici e meteorologici, opinione condivisa da molti, o che, invece, esse si dovessero considerare delle semplici illusioni ottiche, alla maniera di Anassagora e Democrito.

Una terza ipotesi, quella corretta, che le comete fossero veri e propri corpi celesti, trovò a quel tempo pochissimi sostenitori: i Pitagorici, seguaci della scuola misterica del filosofo Pitagora, che le consideravano veri astri erranti ed il filosofo Seneca che, prima del suo stoico suicidio avvenuto nel 65 d.C., nell’ultimo capitolo delle sue Naturales Quaestiones, affermava che una cometa non è un fuoco accesosi all’improvviso, ma un’opera eterna della natura: non può quindi trattarsi di un fenomeno atmosferico, che ha la peculiare caratteristica di essere continuamente mutevole.

A chi gli obbiettava che se le comete fossero pianeti, esse dovrebbero muoversi nel cielo all’interno della fascia zodiacale, rispondeva che nulla imponeva ai pianeti una sola strada celeste. Lucidissimo e preveggente, scrisse queste profetiche parole: “un giorno nascerà un uomo che dimostrerà in quali regioni dei cieli le comete hanno origine e perché esse viaggiano così lontane dagli altri pianeti; qual è la loro grandezza e quale la loro origine”.

Seneca rimase una voce isolata ed inascoltata fino a Rinascimento inoltrato.

Dominò invece per oltre un millennio l’opinione di Aristotele, il più grande scienziato dell’antichità, vissuto nel IV secolo a.C., che si pronunciò a favore della teoria dei fenomeni atmosferici, cioè di comete generate da esalazioni emesse dalla Terra e che si sollevavano come una densa nebbia verso la sfera sublunare, fino ad incendiarsi.

La decadenza del pensiero scientifico medievale, incapace di formulare nuove idee sulla natura del mondo, era influenzata da esoterismi di origine orientale e condizionata da una religione cristiana che stava trasformando in modo indelebile la società, i costumi e la cultura.

La concezione ebraico-cristiana di un mondo fatto ad uso e consumo dell’uomo e sovrastato dall’empireo,  dimora divina, si accordava assai bene con la cosmologia aristotelica di un universo centrato sulla Terra, unico corpo corruttibile, circondato da un mondo eterico, incorruttibile ed eterno. Il cristianesimo trovò la sua base filosofica e scientifica in Aristotele, ma anche in quegli elementi astrologici che si erano infiltrati nel bacino del Mediterraneo fin dal IV secolo a.C., e che trovarono una loro collocazione a fianco del sistema aristotelico già in epoca imperiale, tanto che Augusto fece pubblicare il suo oroscopo e battere sesterzi con il Capricorno, suo segno zodiacale.

In quel periodo le comete assunsero un significato mistico e sovrannaturale. Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., ignorò le opinioni del suo contemporaneo Seneca sulle comete, accettò invece le idee aristoteliche ma, per adeguarsi alla visione astrologica corrente, ne parlava nella sua Storia Naturale, nella parte dedicata agli astri, attribuendo ad esse sia influenze meteorologiche sia astrologiche, in termini che oggi fanno sorridere:  si ritengono importanti le direzioni verso cui la cometa sfreccia, la stella che esercita influsso su di essa, la forma cui assomiglia, e i punti in cui sbuca fuori. Se ha l’aria di un flauto, si dice che il presagio tocchi l’arte musicale; ma riguarda comportamenti osceni se appare nelle zone vergognose delle costellazioni…”.         

Tolomeo, nel II secolo d.C., non accenna minimamente ad esse nella sua opera di astronomia matematica, l’Almagesto, ma riserva questo argomento per il Tetrabiblos, la sua opera astrologica, ancora oggi tradotta e pubblicata, dove dice che “[le comete] generano degli effetti simili a quelli di Marte o Mercurio, e cioè le guerre, i grandi caldi, i moti impetuosi…”.

Nel Medioevo, così legato alle pratiche magiche e alle connessioni più fantasiose tra l’esoterico e la vita comune, si verificò un inasprimento del connubio con il soprannaturale. In queste cupe condizioni,  la fama delle comete peggiorò, ed esse vennero viste come portatrici di calamità, pestilenze, carestie e terremoti.

Il grande poeta inglese John Milton, nel Paradiso Perduto, sente il fuoco delle comete nel cielo e lo paragona al demonio: Satana stava/ senza terrore e come una cometa bruciata/ che infoca la lunghezza di Ofiuco/ nel cielo antico e dalla sua orrenda chioma/ scatena pestilenza e guerra.

Le comete divennero anche strumenti divini, inviate per annunciare agli uomini la morte di re e potenti. Shakespeare, nel Giulio Cesare, scriveva: Quando muoiono i mendicanti non si vedono comete, i cieli stessi ardono per la morte dei Principi.

L’esame di un’opera molto rara, presto entrata nella lista dei libri proibiti, pubblicata a Basilea nel 1557 dal tedesco Konrad Wolffhart, detto Lycosthenes, Prodigiorum ac Ostentorum Chronicon (Cronache delle cose prodigiose e straordinarie) (fig. 1), ci apre uno spiraglio illuminante sullo spirito di quei tempi. In essa troviamo una cronologia completa delle catastrofi occorse all’umanità, dall’epoca del mitico diluvio universale fino alla metà del Cinquecento, e qui la raffigurazione di decine di comete fa la parte del leone (fig. 2). In questa summa dei mali storici dell’umanità sono spesso fantasiosamente documentate la caduta di grossi meteoriti, i passaggi di comete, alcuni dei quali mai avvenuti e le conseguenti calamità. Il tutto abbondantemente  farcito, con una vena di cupo e cinico sadismo, da pagine e pagine di angosciose immagini di terremoti devastanti, alluvioni e numerosi altri terribili prodigi (fig. 3).

Altre opere dello stesso periodo, come le famose Cronache di Norimberga di Schedel, si muovono all’interno dello stesso filone: le apparizioni di comete sono riportate come facenti parte degli eventi fondamentali della storia.

Tra il XV ed XVI secolo le cose avevano però cominciato lentamente a cambiare.

Paolo del Pozzo Toscanelli, pur coltivando interessi prevalentemente astrologici, osservò ben cinque grandi comete tra il 1433 ed il 1472, riportando le loro posizioni nel modo più accurato possibile, per mezzo di strumenti, naturalmente privi di cannocchiale, come la tavola orizzontale (fig. 4).

Quella del 1472, nota, secoli dopo, come la cometa di Halley, fu osservata anche dal grande astronomo tedesco Johannes Müller, meglio conosciuto con il nome di Regiomontano, che tentò di determinarne la distanza con il metodo della parallasse: variando la posizione dell’osservatore sulla Terra, un astro descrive, sullo sfondo della sfera celeste, uno spostamento. Così dalla distanza fra le due posizioni degli osservatori sulla superficie terrestre e dallo spostamento apparente dell’astro in cielo, si può ricavare la distanza della cometa mediante calcoli abbastanza semplici. Anche se l’intuizione di Regiomontano era corretta, egli non riuscì con questo metodo a calcolarne la distanza a causa della modestissima parallasse, indice di una grande lontananza dalla Terra, non rilevabile con gli strumenti dell’epoca.

Girolamo Fracastoro fu il primo a scoprire, insieme a Pietro Apiano, che le code cometarie si presentano sempre lungo la direzione del Sole, ma in verso opposto ad esso.

Decisive per una nuova interpretazione della loro natura, le precisissime osservazioni della grande cometa apparsa nel 1577, (fig. 5) eseguite da uno dei più grandi astronomi di ogni tempo,  il danese Tycho Brahe (fig. 6). Per la prima volta dopo oltre un millennio esse cominciarono ad uscire dal mito e a trovare la loro giusta dimensione celeste.

Tycho inferse un durissimo colpo alla cosmologia aristotelica quando, riprendendo le idee di Regiomontano, finalmente dimostrò che la cometa, che in quell’anno dominava minacciosa i cieli con la sua coda splendente, non si muoveva nella sfera sublunare, e che la sua distanza dalla Terra doveva essere “almeno sei volte” quella della Luna (fig. 7). Per Tycho non ci potevano essere sfere cristalline se corpi celesti come le comete potevano tranquillamente passare attraverso di esse.

L’invenzione del cannocchiale agli inizi del Seicento, rinfocolò le polemiche tra peripatetici e copernicani. In prima fila il battagliero Galileo, propenso a considerare le comete come delle semplici apparenze, che respinse decisamente le idee aristoteliche ed entrò in rotta di collisione con il gesuita Orazio Grassi, in quella che fu una durissima disputa originata dall’insanabile conflitto tra due sistemi cosmologici contrapposti.

La prima ipotesi plausibile, dal punto di vista fisico,  sulla costituzione delle comete e sulla dinamica che ne governa le apparizioni, fu formulata da Kepler nel primo ventennio del ‘600. Egli aveva individuato nel Sole una “forza motrice” che scaturiva dai raggi solari, capace di sostenere e muovere i pianeti. Tali raggi, secondo l’astronomo imperiale, trascinano lontano dal Sole le particelle costituenti la chioma, dando origine alla coda.

Le comete, numerose come i pesci nel mare, non sono però eterne, e le loro code, quando la Terra le attraversa, costituiscono un grave pericolo per l’umanità perché portano terribili pestilenze.

Le idee di Cartesio, a causa della loro assoluta incosistenza scientifica, rappresentarono un passo indietro per le conoscenze cosmologiche e cosmogoniche secentesche. Il suo voler riportare alla luce il concetto di etere, già formulato senza costrutto dagli antichi filosofi, servì unicamente ad alimentare contrasti e polemiche tra studiosi di diverso orientamento  filosofico e scientifico, con il risultato di sottrarre energie e risorse intellettuali a ricerche assai più feconde.

L’etere, misteriosa ed indefinita essenza cosmica, ricettacolo dell’energia universale, interagiva con la materia ordinaria sotto forma di immensi vortici. Nell’universo cartesiano, un vortice di etere avvolge ogni astro, mentre le comete non sono altro che stelle in via di estinzione che, dopo aver perso la forza necessaria per mantenersi al centro del proprio vortice, vengono trasportate attraverso lo spazio cosmico.

Alla metà del secolo, numerosi studiosi di una certa reputazione, tra i quali Ovidio Montalbani, professore presso il prestigioso Studio di Bologna, personaggio barocco, eccentrico ed un po’ bislacco, erano ancora profondamente imbevuti di idee aristoteliche.

Nel 1646, nella sua Cometoscopia scriveva, con un linguaggio magniloquente, che la cometa è un addensamento fatto in luogo molt’alto, di materia capace di estinguibile luce, dalla virtù di sovrano agente mossa, e rimossa per significar cose grandi.

Ma sulla natura delle comete non si sbilanciava e, prudentemente, elencava le ipotesi correnti senza pronunciarsi a favore di nessuna: esse sono ò di terreno vapore, ed esalatione secca e viscosa insieme, conforme al parere del Principe de’ Peripatetici [Aristotele], ò di fuoco elementare parzialmente conglobato, ò di Planetarie esalazioni, ò pure dell’istessa corpulenza stellata dell’etere.  

A quel tempo, il grande astronomo di Danzica Johannes Hevelius correttamente ipotizzò, nella sua Cometographia (fig. 8), che il tragitto delle comete, almeno in prossimità del perielio, si dovesse compiere su di un’orbita curva, con la concavità rivolta verso il Sole.

Le idee di Hevelius sull’origine delle comete erano però completamente sbagliate: le riteneva delle eruzioni a forma di disco espulse dal corpo del Sole, lanciate dalla sua superficie su di un’orbita parabolica, iperbolica o ellittica, a seconda della loro velocità relativa (fig. 9).   

Altri astronomi contemporanei di Hevelius, dell’abilità di un Adrien Auzout o di Giovan Domenico Cassini, si esprimevano a favore di un loro moto rettilineo. Cassini,  in particolare, applicò quest’inadeguata ipotesi alla cometa del 1652 e a diverse altre successive, ma con risultati poco convincenti.

Nel 1680 apparve una cometa che risvegliò un terrore panico nelle popolazioni europee, ma che ebbe il merito di produrre importanti ricerche pratiche e nuove fondamentali scoperte da parte di Isaac Newton (Fig. 10) e Edmond Halley.

Essa fu osservata, per la prima volta, dall’astronomo tedesco Gottfried Kirch il 14 novembre di quell’anno e rimase visibile nei cieli d’Europa fino ai primi di dicembre, quando fu in congiunzione con il Sole, per poi riapparire il 22 dicembre (fig. 11) e rimanere visibile fino al marzo successivo. Essa tagliò l’eclittica in due punti non diametralmente opposti, separati l’uno dall’altro di soli 98° e percorse, come dicevano gli stupiti testimoni dell’avvenimento, nove segni dello zodiaco, sfoggiando una coda che raggiungeva i 90° di lunghezza (fig. 12).

In una lettera ad Antonio Magliabechi, bibliotecario del Granduca di Toscana, Geminiano Montanari, allora professore di astronomia allo Studio di Padova, scrisse che la sera del 29 novembre haveva questa cometa il capo maggiore delle stelle di prima grandezza, ma di fosco lume, e così pallido, che di poco non rassomigliava alle stelle nebulose: la coda distendevasi verso la Spica, ma di poca lunghezza […]. Veduta con un cannocchiale di 17 piedi Veneziani aveva il capo quasi tre volte maggiore in diametro di quello appariva Giove quella notte.

Montanari credeva, come la maggior parte degli astronomi del tempo, che le due apparizioni si riferissero a comete tra loro distinte.

Dello stesso avviso Cassini, che eseguì le sue osservazioni dall’osservatorio reale di Parigi: io trovo, scriveva, che la prima ha un movimento pressoché uguale su di una circonferenza centrata nel segno d’Ariete e che la seconda fa il suo movimento su un’altra circonferenza che ha al suo centro il segno del Leone. La teoria della prima cometa rappresenta, a meno di un grado, tutte le osservazioni che mi sono state comunicate dagli astronomi dell’Accademia romana, che l’hanno osservata più a lungo degli altri; e la seconda rappresenta con ancor maggiore precisione quelle che sono state fatte all’Osservatorio Reale di Parigi […] nello spazio di 86 giorni dopo la prima apparizione.

Della presunta seconda cometa, ritenne di aver trovato una correlazione abbastanza stretta tra le sue posizioni apparenti sulla sfera celeste e quelle relative alla cometa del 1577, per intenderci la stessa di Tycho, tanto da supporre che si potesse trattare di un suo ritorno dopo ben 103 anni. Dovette però ammettere che il perigeo del suo orbe (ricordiamo che Cassini non si pronunciò mai a favore della teoria eliocentrica, tutti i movimenti celesti li esprimeva in termini strettamente geocentrici), differiva, tra le due apparizioni, di ben 60° in longitudine, in altre parole, di ben due segni dello zodiaco da occidente verso oriente, un fatto che metteva in serio dubbio la fondatezza della sua ipotesi.

 

Chi per primo si accorse che le due apparizioni appartenevano invece ad un’unica cometa, in congiunzione con il Sole verso la fine di novembre e riemersa nel cielo vespertino nei giorni che precedettero il Natale, fu uno sconosciuto astronomo tedesco, Doerfel che ne tracciò anche un’orbita parabolica con il Sole in uno dei fuochi. Il valore da lui trovato della distanza al perielio, 0.07 unità astronomiche, differiva però di un ordine di grandezza in eccesso rispetto al più corretto valore di Newton.            

Fu appunto il grandissimo scienziato inglese a ricoprire il ruolo profetizzato da Seneca: egli diede un contributo risolutivo allo studio delle comete quando dimostrò che, per determinarne l’orbita, erano sufficienti tre osservazioni. Il suo metodo grafico era fondato sulla supposizione che le comete descrivessero traiettorie quasi paraboliche e che la parabola potesse essere usata senza introdurre errori rilevanti, sebbene considerasse più verosimile che le loro traiettorie fossero ellittiche, e che, quindi, dopo un certo numero di anni, esse dovessero tornare. La cometa del 1680, osservata in tutta Europa, gli servì per testare il suo metodo. Dopo averne calcolato l’orbita e verificato la concordanza dei calcoli con le osservazioni, appurò correttamente che i moti delle comete rispettavano le stesse leggi valide per i pianeti.

Il risultato di queste ricerche fu di importanza straordinaria per la scienza. Era ben noto che le comete si muovevano in ogni possibile direzione, secondo angoli casuali rispetto all’eclittica. Una volta accertato che esse potevano giungere da luoghi lontanissimi del sistema solare, o addirittura da più lontano ancora, Newton poteva ragionevolmente sostenere che la gravità era un fenomeno naturale, e che la sua legge dell’inverso del quadrato delle distanze si applicava a tutto il cosmo nel suo insieme e non solo in prossimità del Sole.

Nel terzo libro dei Principia, Newton elenca numerose osservazioni, alcune da lui stesso eseguite con un cannocchiale ed un micrometro, ed altre di astronomi inglesi e del continente, in particolare, quelle di Flamsteed, Hooke, Montanari, Ponteo, Pound ed altri. Al fine di determinare l’orbita preferì però scegliere tre osservazioni che Flamsteed fece il 21 dicembre ed il 5 e 25 gennaio.

I calcoli furono così accurati da fargli scrivere che  le osservazioni di questa cometa concordano dal principio alla fine col moto della cometa nell’orbita ora descritta, non meno di quanto sogliono concordare i moti dei pianeti con le loro teorie,  e, concordando, provano che la cometa che apparve durante tutto questo tempo era una e medesima, e che la sua orbita è stata qui esattamente determinata. 

Newton aveva tutte le ragioni per mostrarsi orgoglioso, infatti, gli errori nelle posizioni calcolate, in longitudine e latitudine, non superavano quasi mai i due primi d’arco, un’accuratezza veramente notevole, che meravigliò non poco i contemporanei, sempre alle prese con errori assai maggiori nelle posizioni dei pianeti e della Luna.

Dopo aver dato ragione del percorso della cometa in cielo, si cimenta in un’ampia digressione sulla loro natura: esse sono corpi solidi, compatti, fissi e durevoli a somiglianza dei pianeti. Esse non possono essere di natura gassosa, in quanto, al loro passaggio al perielio, si dovrebbero dissolvere a causa del grandissimo calore. La coda, che nasce in prossimità del perielio, è invece un vapore estremamente tenue, che la testa emette a causa del proprio calore.    

 

 

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