© Rodolfo Calanca, 2003-2005

 

Le effemeridi astronomico-astrologiche tra il XV ed il XVII secolo

 

di Rodolfo Calanca

 

Le tavole astronomiche, definite da Delambre le chef-d’œuvre de l’Astronomie,[1] e le effemeridi planetarie che da queste si ricavano, sono un sussidio importante per l’osservazione del cielo. La loro compilazione fu, in ogni tempo, particolarmente complessa, dipendendo da due delicati fattori: l’osservazione accurata del cielo e la conoscenza di teorie esatte dei moti planetari.

Da Tolomeo, II secolo d.C., all’epoca moderna si sono prodotte una cospicua quantità di tavole: da quelle islamiche di al-Khwarizmi e di al-Battani, a quelle occidentali: le Tavole alfonsine, pruteniche e le rudolfine del XVII secolo.

Le prime effemeridi planetarie di sicuro interesse scientifico, basate sulle Tavole alfonsine, sono quelle pubblicate da Regiomontano[2] nel 1474, che coprivano  gli anni dal 1475 al 1506. In queste effemeridi erano calcolate, per ogni giorno dell’anno, le longitudini e le latitudini dei pianeti e la predizione delle eclissi di Sole e di Luna. 

Le Tavole alfonsine,[3] volute da Alfonso X re di Castiglia, furono compilate da un nutrito gruppo di studiosi arabi ed ebrei, guidati dal rabbino della sinagoga di Toledo Isaac Aben Sid. Alfonso, detto il Saggio, che non aveva esitato a spendere l’enorme cifra di quarantamila ducati per quest’opera monumentale ma che forse aveva fondate riserve sui moti planetari tolemaici, enormemente complicati da epicli ed equanti, amava dire: “se Dio mi avesse consultato nel momento della creazione, avrei potuto dargli dei buoni consigli”.

Apparse nel 1252, esse si rifacevano a quelle antiche di Tolomeo contenute nell’Almagesto, senza però migliorarne né la teoria né la previsione delle posizioni planetarie. Le uniche modifiche di rilievo alle tolemaiche, riguardano una più precisa determinazione della durata dell’anno solare e una migliore definizione della precessione degli equinozi.

Alle tavole alfonsine si appoggiò anche l’astrologo tedesco Joannes Stoeffler, professore di matematica a Tubinga nel 1516 che, in collaborazione con Joannes Pflaumen, pubblicò delle effemeridi[4] essenzialmente rivolte a suoi colleghi astrologi.  Stoeffler, che si occupò con un certo successo della riforma del calendario, è pure noto per aver annunciato un nuovo diluvio universale[5] per il 19 febbraio 1524, a causa della grande congiunzione di Giove e Saturno nel segno dei Pesci. La teoria delle congiunzioni planetarie, elaborata dallo studioso arabo Abu Mashar e nella quale Stoeffler riponeva la massima fiducia, considerava questi spettacolari fenomeni celesti capaci di determinare i grandi accadimenti della storia dell’umanità: è una teoria con evidenti riflessi nella visione storica e nell’idea del fiorire e decadere dei regni e delle religioni. Collegando inoltre astrologia e profetismo, la teoria delle grandi congiunzioni denuncia la tendenza a ridurre al minimo i margini di libertà e di iniziativa per l’uomo.[6]  

L’annuncio del diluvio, fortunatamente seguito da un mese di febbraio ovunque insolitamente secco, gettò il terrore in tutta l’Europa e procurò non poco discredito all’intera categoria degli astrologi.

Girolamo Cardano, famoso matematico, medico ed astrologo, infuriato, accusò Stoeffler di incompetenza. A parere di Cardano, l'errata previsione, dovuta alla scarsa conoscenza della fisica da parte dell’astrologo tedesco, non poteva essere considerata che un puro e semplice incidente di percorso. Esso non doveva far dimenticare i grandi meriti che, a suo dire, l'astrologia poteva vantare.[7]

Non mancavano, anche in Italia, gli astrologi disposti a condividere con entusiasmo queste previsioni apocalittiche. Una delle figure più rappresentative della categoria fu Luca Gaurico, vissuto tra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del secolo successivo, anche lui, medico e matematico di fama.

Nel suo pronostico del 1507 riprende gli argomenti, condividendoli, di Stoeffler sulla congiunzione del 1524 per poi ritrattare spudoratamente alla fine del 1524, chiamando “falsa” la previsione del diluvio da lui stesso appoggiata fino a non molti anni prima.

Gaurico, almeno in parte, riscattò la propria immagine scientifica quando, nello stesso anno del “diluvio”, curò una nuova importante edizione delle Tabulae directionum di Regiomontano e, nel 1533, un’Ephemerides, basata sulle alfonsine, di cui tra poco ci occuperemo.[8]

L’estroso astrologo boemo Cyprien Leowitz, corrispondente di Tycho Brahe, fu autore di un’effemeride[9] che copre un periodo di cinquant’anni (1556-1606), basata sulle tavole alfonsine modificate da Regiomontano.

Senza remore, Leowitz rivaleggiò con Stoeffler e Gaurico, nella formulazione di previsioni astrologiche apocalittiche, la più improbabile delle quali è la fine del mondo prevista per il 1584 a causa della congiunzione di Giove e Saturno, di nuovo nella costellazione dei Pesci. Con ammirevole lucidità e coerenza Leowitz scrive che, siccome il mondo ha avuto inizio durante una congiunzione dei due pianeti nel trigono del fuoco, esso doveva finire nel trigono d’acqua del 1584. Al solito, la previsione gettò il terrore in diversi luoghi d’Europa, tanto che molti, dopo aver espresso le loro ultime volontà, si fecero impartire l’estrema unzione.

Nel 1551, l’astronomo tedesco Erasmus Reinhold pubblicava le Tavole Pruteniche,[10] dedicate ad Alberto duca di Prussia. Esse erano fondate sul De Revolutionibus di Copernico, dato alle stampe pochi anni prima, e sulle osservazioni, ormai fin troppo datate, di Ipparco e Tolomeo.

In quest’opera fondamentale, Reinhold indica tre modi per calcolare le posizioni in longitudine, conoscendo, del pianeta, il movimento dell’apogeo, la variazione dell’eccentricità dell’orbita e l’ineguaglianza della precessione. Egli assegna poi all’anno una durata di 365 giorni, 5 ore 55minuti e 58 secondi, basandosi sulla combinazione di osservazioni tolemaiche e copernicane. Questo valore servì successivamente per la riforma del calendario gregoriano. Sempre in Germania, furono assai apprezzate le effemeridi planetarie di David Tost, detto Origanus, professore di matematica e di greco all’università di Francoforte sull’Oder,[11] relative al periodo 1595-1654.

Queste effemeridi,[12] come quasi tutte quelle pubblicate tra il XVI e il XVII secolo, hanno un basso livello di precisione e, ad un lettore moderno, appaiono come un ingarbugliato miscuglio di calcoli planetari finalizzati all’astrologia, basati su Tavole concettualmente assai diverse.

Origanus, infatti, effettua un doppio calcolo delle longitudini del Sole e della Luna seguendo i dettami di Tycho Brahe e delle Tavole pruteniche. Nel sistema di Brahe… la Terra è di nuovo ferma nel centro geometrico di una sfera stellare, la cui rotazione quotidiana spiega i circoli giornalieri delle stelle… i circoli della Luna e del Sole sono centrati sulla Terra… ma il cento delle altre cinque orbite planetarie è trasferito dal centro della Terra al Sole. Il sistema di Brahe rappresenta un ampliamento, per quanto forse inconsapevole, del sistema di Eraclide, che attribuiva a Mercurio e a Venere orbite centrate sul Sole. Il sistema ticonico risulta, dal punto di vista matematico, esattamente equivalente a quello copernicano… [esso] non convinse quei pochi astronomi neoplatonici che, come Kepler, erano stati attratti verso il sistema di Copernico dalla sua grande simmetria. Ma convinse in effetti la maggior parte degli astronomi non copernicani e tecnicamente esperti dell’epoca, poiché offriva una soluzione a un dilemma molto sentito: conservava i vantaggi matematici del sistema di Copernico senza gli inconvenienti fisici, cosmologici e teologici.[13]

Dobbiamo però riconoscere che almeno un merito le effemeridi di Origanus lo hanno. Si è sempre sostenuto che l'unica previsione conosciuta del transito di Venere sul Sole del 4 dicembre 1639 si deve al geniale astronomo e matematico inglese Jeremiah Horrocks[14], morto ad appena 22 anni, che eseguì un doppio calcolo delle circostanze del fenomeno basandosi sia sulla teoria lansbergiana dei moti planetari sia sulle kepleriane tavole rudolfine.

Per verificare se, a quel tempo, esistevano altre fonti dalle quali poter ricavare una previsione attendibile del fenomeno, ho esaminato alcune effemeridi dell'epoca, scoprendo che, per un caso fortuito, proprio quelle di Origanus avrebbero consentito di estrapolare il transito di Venere per il 6 dicembre intorno alle 6 a.m..

La previsione, in verità affetta da un consistente errore temporale di circa 36 ore (la congiunzione in longitudine dei due astri avvenne il 4 dicembre 1639 alle 17h 55m UT), avrebbe dovuto mettere sull’avviso gli astronomi che, invece, dormirono sonni tranquilli. Nell’estendere l’indagine sull’eventuale previsione di questo transito venusiano anche ad un'altra effemeride, quella di Andrea Argoli,[15] ho trovato che, in questo caso, il transito non si sarebbe dovuto verificare a causa del valore troppo elevato attribuito alla latitudine eclittica del pianeta.

In Italia, il Cinquecento fu un secolo che vide fiorire un numero imprecisato di compilatori di effemeridi. A Venezia, tra il 1533 e il 1680, ne fu pubblicata una serie a cura degli astrologi Luca Gaurico, Pietro Pitati, Giovan Battista Carelli, Giuseppe Moleti, Giovanni Antonio Magini (che insegnava a Bologna), e il già visto Andrea Argoli. Anche a Bologna, dalla metà del Cinquecento, iniziò ad affermarsi una tradizione nella compilazione di effemeridi planetarie che proseguì per due secoli ed annoverò personaggi, alcuni famosi, quali Nicola Simi, Francesco Montebruno, Geminiano Montanari, Flaminio Mezzavacca, Eustachio Manfredi, Eustachio Zanotti.

Le effemeridi del piacentino Giovan Battista Carelli[16] e del messinese Giuseppe Moleti[17] seguivano i dettami delle tavole alfonsine nonostante la già avvenuta pubblicazione delle più moderne, anche se, per la verità, non certamente più accurate, tavole pruteniche.

Il celebre Giovan Antonio Magini, astronomo, astrologo e geografo, professore a Bologna, anti-copernicano e rivale di Galileo, definito da Kepler “summum in professione mathematica virum”, ed autore di famosissime effemeridi, è senza dubbio una figura rappresentativa della cultura astronomico-astrologica del tempo. E’ quindi opportuno soffermarsi un momento su alcuni aspetti delle sue opere.

Alla base dei suoi calcoli stavano le tavole pruteniche e, successivamente al 1583, la Progymnasmata di Tycho per il Sole e la Luna. Nel tentativo di superare le gravi difficoltà del sistema tolemaico, elaborò anche una propria teoria della Luna che impiegava gli eccentrici senza epicicli.[18]

Con un atteggiamento giudicato ambiguo anche da qualche suo contemporaneo, Magini non aderiva all’eliocentrismo copernicano e affermava che Copernico, contra omnem veritatem et philosophiam, terra mobilis et Sol cum octavo orbe quiescentes videntur, nobis vero contrarium supponitur.[19]

Compilò le sue effemeridi, tavole, le quali a noi ogni giorno dimostrano il vero luogo, overo il moto dei sette pianeti,[20] essenzialmente per migliorare l’accuratezza degli oroscopi.

Per Magini l’astrologia, con i suoi influssi sull’uomo, è una vera e propria scienza, che studia i temperamenti et inclinationi ne’ corpi de gli uomini, le mutationi dell’aria, et altre si fatte cose, effetti propriamente delle cause celesti.[21]  

La stessa incondizionata fiducia nelle cause celesti è vigorosamente espressa da un altro esperto calcolatore planetario, Giuseppe Moleti che, in apertura di una delle sue effemeridi, scriveva: che tra tutte le Scienze, le quali per consolatione dell’animo et per discacciare l’ammiratione e l’ignoranza, sono state trovate, l’Astrologia sia nobilissima, dalla dignità del Suo soggetto e dalla certezza delle sue dimostrazioni, si può havere certissimo testimonio.[22]

Ha ragione Garin quando scrive che, nel Seicento, l’astrologia non era soltanto una tecnica della previsione, quanto una concezione generale della realtà e della storia.[23]

La maggioranza dei dotti del tempo inclinava per le pratiche astrologiche, anche se le prime avvisaglie di un nuovo spirito razionalista, improntato ad un’aperta avversione nei confronti d’ogni manifestazione irrazionale, iniziò ad emergere nella seconda metà del XVII secolo, preceduto dalle bolle papali contro l’astrologia giudiziaria emanate da Sisto V nel 1586, la Coeli et terrae, e la Inscrutabilis di Urbano VIII nel 1631. 

Nel 1666 il ministro di Luigi XIV, Colbert, vietò agli astronomi di formulare previsioni astrologiche e, poco dopo, due decreti reali posero fine ai processi per stregoneria e, ufficialmente, alla pubblicazione di almanacchi.

Gli esempi del perdurare di forti legami con l’antica e radicata tradizione astrologica abbondano però, nonostante i roboanti decreti regi, per tutto il secolo, anche tra i più famosi calcolatori di effemeridi.

Uno di questi fu il bolognese Flaminio Mezzavacca, allievo di Montanari che, del maestro non fece proprio né il rigoroso atteggiamento scientifico e neppure l’avversione per l’astrologia. Nella sua Otia sive Ephemerides Felsineae del 1701, riporta tabelle di astrologia medica dove si mettono in relazione i segni zodiacali, i pianeti e le parti del corpo umano influenzate dalle congiunzioni astrali. Così leggiamo che Mercurio nel segno del Toro presiede alla salute dei piedi mentre la Luna nella Bilancia determina il funzionamento del cuore.[24]

Mezzavacca aveva anche scritto sull’origine dei terremoti e sulle influenze degli astri che li produrrebbero.[25]

Per meglio comprendere il clima culturale del tempo e valutare gli effetti dell’indubbio prestigio e i conseguenti rilevanti benefici, anche economici, generalmente goduti dagli astronomi-astrologi, accenniamo ai non infrequenti casi di plagio editoriale che si verificarono a danno di alcuni compilatori di effemeridi. Una delle più illustri vittime fu lo stesso Magini che si accapigliò con il medico siciliano Giuseppe Scala accusandolo, a ragione, di aver copiato, e dato alle stampe, una parte delle proprie effemeridi.

Dunque, nel 1589, Scala fece stampare a Venezia un’effemeride planetaria[26] per il periodo 1589-1600, dichiarando, fin dal titolo, che esse erano calcolate  con ogni diligenza, secondo le Tavole Prutenice, […] alle quali sono aggiunti i Canoni ò introduttioni dell’Efemeridi dell’Eccell. Sig. Gioseppe Moleto Matematico.

Scala si era risolto a compiere quest’opera nonostante che i nuovi computi di Nicolò Copernico […] mi rendevano difficultà, quanto che conoscevo la sua dottrina essere al mondo dubbia e non da tutti accettata; e perciò non mi manchavano avversità.[27]

Ma il contemporaneo intervento di Giuseppe Moleti e del suo maestro in medicina Girolamo Mercuriale, gli apersero la strada della virtù e, finalmente, fatto audace e diligente entrai nell’impresa.

Prosegue con una descrizione dei frutti di un duro lavoro di calcolo che si apre, manco a dirlo, con un “Nel quale si mostrano i veri Principij dell’Astrologia”.

Magini, ricevendone una copia e confrontando le tabelle planetarie dello Scala con le proprie pubblicate sei anni primi, sobbalzò scandalizzato quando ho alla fine trovato che tra queste dello Scala et quelle del Magino [qui Magini, che usa lo pseudonimo di G.B. Gazano, parla in terza persona] non vi è differenza tale che importasse il calcolarne di nuove […] e insieme anco mi son fatto chiaro, che per lo più ha trascritte quelle del Magino.[28] 

L’alquanto disinteressato Magini, che dalla vendita delle effemeridi ricavava una fetta consistente del suo reddito, accusa poi l’avversario di turpe venalità: [Scala è stato] mosso à fare dette Efemeridi [per] l’utile che n’ha ricevuto dal Libraro.

Quindi si affanna a dimostrare che le posizioni planetarie di Scala, ad esclusione di quelle del Sole e della Luna, furono certamente copiate dalle proprie, con l’unica differenza di un arrotondamento dei dati al primo d’arco, operazione lecita, anzi, sicuramente auspicabile, se si considera che le longitudini e le latitudini dei pianeti riportate in tutte le effemeridi del XVI-XVII secolo, in particolare le posizioni di Mercurio e Marte - e queste del Magini e di Scala non escono dalla norma - erano affette da errori di parecchi primi d’arco o, addirittura, in certi luoghi dell’orbita, di alcuni gradi. Ma, come spesso accade in questi casi, l’accusa di plagio lanciata da Magini non portò a nulla, anzi, Scala se ne giovò, guadagnandone in popolarità.

Mentre gli astrologi si azzuffavano per difendere i cospicui proventi dei diritti d’autore, nel 1627 fu compiuto un notevole passo avanti con la pubblicazione, dopo una lunghissima gestazione, delle tavole rudolfine di Kepler, indubbiamente le migliori per i successivi cinquant’anni.[29]

Kepler, in quest’opera, introdusse due importanti novità. La prima, fondamentale, riguardava sia l’uso delle orbite ellittiche sia il computo delle longitudini planetarie con la famosa equazione che porta il suo nome. La seconda novità fu l’introduzione, per facilitare i calcoli, dei logaritmi.

L’equazione di Kepler è la seguente: E = M + e sin E

dove E è l’anomalia eccentrica, M l’anomalia media del pianeta ed e è l’eccentricità della sua orbita.

L’equazione, trascendente in E, è di fondamentale importanza perché, con l’anomalia eccentrica, si trovano i valori del raggio vettore e l’anomalia vera, le due coordinate polari che individuano la posizione del pianeta nella sua orbita.   

Gli errori delle Tavole di Kepler per il Sole, secondo Giovan Domenico Cassini, facevano però anticipare l’equinozio di primavera di circa tre ore, e di quasi altrettanto l’istante dell’equinozio d’autunno.[30]

Per Cassini, inoltre, l’errore residuo nelle posizioni del Sole delle tavole Rudolfine, era in gran parte imputabile alla rifrazione atmosferica, mal corretta nelle osservazioni di Tycho, che rendeva imprecise anche le effemeridi dei pianeti. 

Alla metà del secolo, il conte di Pagan scrisse un’interessante opera nella quale i calcoli kepleriani dei veri luoghi dei pianeti erano notevolmente semplificati e chiaramente esposti.[31]

A Bologna i precetti kepleriani trovarono un estimatore nel già citato Flaminio Mezzavacca, mentre Francesco Montebruno, che Cornelio Malvasia desiderava imitare, seguiva la poco accurata, ma a quei tempi molto ammirata, teoria epiciclica dell’olandese Philippe van Lansberg, celebre autore di trattati di astronomia e matematica. 

Nell’Uranometria del 1621, van Lansberg si era proposto di calcolare le distanze e le dimensioni del Sole della Terra e della Luna, seguendo le ipotesi tolemaiche, di Albategnius, Copernico e Kepler, nessuna delle quali sembrò però soddisfarlo.[32]  Nel 1632 diede alla luce i suoi canoni planetari, le Tabulae perpetuae,[33] pazientemente compilate in 44 anni di lavoro, nella stessa antiquata forma delle tavole alfonsine che diceva di apprezzare per la loro concisione e per l’uso di un maggior numero di decimali nelle misure angolari. Secondo Dreyer,[34] l’immeritato successo di queste tavole si ebbe perché esse rappresentarono bene il transito di Venere del 1639, di cui già ci siamo occupati.

L’insigne matematico gesuato Bonaventura Cavalieri,[35] un des plus grands hommes de l’Italie,[36] dal 1628 successore di Magini nello Studio bolognese, diede una brillante soluzione grafica alla teoria lansbergiana per semplificare i calcoli delle posizioni planetarie, in un lavoro apparso con lo pseudonimo di Silvio Filomantio, composto e pubblicato per diletto, la Ruota Planetaria.[37] A torto, ancora oggi, qualcuno ritiene quest’opera, strettamente tecnica e densa di esempi numerici e grafici, una professione di fede del Cavalieri per l’astrologia.[38] E’ invece rivelatore il fatto che, in questo libretto, Cavalieri non fa riferimenti all’astrologia e non accenna, in alcun luogo, ad una qualsiasi applicazione astrologica dei suoi calcoli. Nel Settecento, il grande matematico Paolo Frisi, nel suo elogio del Cavalieri, scriveva: La Rota Planetaria, che, quantunque sia comparsa ad alcuni come macchiata di qualche traccia d’astrologia, non versa propriamente che intorno ad argomenti astronomici, geografici e cronologici.[39] Diversa è l’ottica con la quale si deve considerare un altro suo scritto, la Nuova Prattica astrologica,[40] apparso alcuni anni prima della Ruota e sicuramente sollecitato da influenti membri del Senato accademico bolognese che, è opportuno non dimenticare, all’epoca, gli doveva rinnovare il tanto sospirato contratto presso lo Studio (nella copia di quest’opera conservata nella Biblioteca Universitaria di Bologna si legge un appunto, forse di pugno del Cavalieri stesso: presentata al Senato, 1639).[41] Qui Cavalieri dichiara esplicitamente, fin dal titolo, che i logaritmi kepleriani, apparsi nelle Tavole rudolfine, gli serviranno per fare le direttioni planetarie ad uso astrologico. Nel rivolgersi al lettore, egli però esprime il senso di un palese disagio con queste parole: Non era veramente mio pensiero che la presente operetta uscisse fuori alla pubblica luce e, per giustificare questa reticenza che, se rilevata, avrebbe potuto danneggiarlo professionalmente, si appella al fatto che già esistevano due Tavole Direttorie composte dal Magini […] onde non mi pareva ragionevole […] di lasciar uscire cosa mia in questo genere.[42] Queste non sembrano le parole di un convinto sostenitore dell’astrologia!

Le fondamentali tavole rudolfine, pur avvicinandosi alla soluzione del problema dei veri luoghi dei pianeti, richiedevano ancora importanti miglioramenti per quanto riguardava la conoscenza degli elementi orbitali. Ad esse, pur essendo le migliori del tempo, furono spesso preferite le tavole lansbergiane. Nel 1661, Malvasia, nel dare finalmente attuazione al suo progetto delle Ephemerides, pur criticandole aspramente, le volle fondate sui canoni dell’astronomo belga. Dell’improba fatica fu incaricato il giovane Geminiano Montanari, ai cui occhi apparve subito evidente la loro scarsa consistenza scientifica. Nelle numerose osservazioni planetarie riportate nell’opera, Montanari annota con scrupolo le cospicue e preoccupanti differenze tra le sue misure di longitudine e i valori contenuti nelle effemeridi calcolate con le tavole lansbergiane.

Un quarto di secolo dopo, nella sua celebre Astrologia convinta di falso, Montanari scrisse un brillante commento sulla capacità dell’astronomia (ma anche di alcuni calcolatori) del suo tempo di predire i moti planetari e ne rimarcava i limiti: “L’Astronomia non è ancor giunta à quell’ultima perfezione, che non solo in questa, ma in tutte le altre Scienze vanno cercando gli humani ingegni, come che tutte sono imperfette: non è poco però che ella predice i moti del Sole e della Luna si fattamente, che giamai si vede fallar d’un’hora à nostri tempi un’Eclisse per diffetto di Tavole; benché per difetto del Calcolatore possa succedere ciò, che più volte, mè particolarmente quest’anno 1684 è succeduto all’Argoli nell’Eclisse del Sole 12 Luglio, che l’haveva supposta centrale, e messa in scompiglio l’Italia, che preparava i lumi e le torcie, il che molte altre volte al medesimo è avvenuto per errori suoi proprij, e non dell’Arte vedendosi che il Mezzavacca nelle sue effemeridi l’haveva ben egli predetta puntualmente, come è stata, perché non ha errato ne precetti dell’Arte la quale nulla dimeno non ha per lo passato potuto esentarsi ne i moti del Sole da qualche svarij allontanandosi dal vero le Tavole Ticoniche talhora fino otto minuti qualche cosa più le Copernicane, molto più le Alfonsine, meno le Rodolfine e le Filolaiche, e meno di tutte, per mia esperienza di molti anni al grandissimo istromento Heliometro di Bologna [la grande meridiana di S. Petronio] le Tavole del celebre Cassini in oggi Astronomo del Re Christianissimo, nelle quali non hò mai trovato errore, che eccede un minuto, e pochi secondi, anzi il più delle volte non eccede mezo minuto, dentro al quale può esser dubiosa l’osservazione istessa….

In Saturno però fallano anch’oggi gli astronomi fino a 15 minuti alle volte e altrettanto Giove, in Marte in certi siti del Cielo sin quasi un grado; in Venere poco meno e in Mercurio più de gli altri”.[43]

 

 

NOTE

1] J.B. Delambre, Histoire de l'Astronomie moderne, t. II, p. 503, Paris 1821.

[2] J. Regiomontanus, Ephemerides astronomicae, ab anno 1475 ad annum 1506, Norimbergae 1474.

   J.-S. Bailly, Histoire de l'Astronomie moderne, t. I, p. 687, Paris 1785.

[3] La prima edizione a stampa, con il commento di Giovanni di Sassonia, porta il titolo: Alphonsi regis Castellae. coelestium motuum Tabulae, Venezia 1483.

[4] J. Stoeffler, J. Pflaumen, Almanach nova plurimus annis venturis inservienta, ab anno 1521 ad annum 1531, Venetiis 1521.

[5] L. Moreri, Le grand dictionnaire historique, tomo VII, p. 777, Paris 1748.

   P. Bayle, Dictionaire historique et critique, tomo V, pp. 245-248, cinquiéme édition, Paris  1734.

   J.B. Delambre,  Histoire de l'Astronomie du moyen Age, pp. 373-375, Paris 1819.

[6]  R. Marchi, loc. cit., p. 30.

Si veda anche: I.P. Couliano, Eros e magia nel Rinascimento, pp. 6-11, pp. 265-271, Milano 1987.

[7] G. Cardano, Opera Omnia, tomus quintus, quo continentur astronomica, astrologica, oniro critica, Aphorismor Astronomic., p. 76, Lugduni 1663. Dell’errore di Stoeffler così parla Cardano: haec est illa syderum constitutio [si riferisce all’annesso grafico astrologico della configurazione planetaria del 20 febbraio 1524], in qua Stoflerinus vituperio exposuit astrologos. Existimans enim diluvium portendi eo tempore, quo maxima fuit serenitas, magnam calamitatem mortalibus pronunciavit.

[8]  L. Gaurico, Ephemerides recognitae et ad unguem castigatae, Venetiis 1533.

[9] C. Leowitz, Calculus Ephemeridum LI Annorum numeratus ad Meridianum inclytae Urbis Imperialis Augustae Vindelicorum, Augustae Vindelicorum 1557.

[10]   E. Reinhold, Prutenicae tabulae coelestium motuum, Wittenberg 1551.

[11]   L. Moreri, loc. cit., tomo VI, p. 512.

[12]  D. Origanus, Ephemerides Brandeburgicae coelestium motuum et temporum ecc., incipientium ab anno 1595 et definentium in annum 1654, Francof. cis Viadrum 1609.

[13]  T.S. Kuhn, La rivoluzione copernicana, pp. 258-261, Torino 1972.

[14] J. Horrox, Venus in Sole visa, Seu Tractatus Astronomicus, de nobilissima Solis et Veneris Conjunctione, Novembris die 24, styl. Juliano, 1639, pubblicata in latino da J. Hevelius nell'opera: Mercurius in Sole visus Gedani, Anno Christiano 1661, d. III Maji, St. n. cum aliis quibusdam rerum Coelestium, rarisque phaenomenis. Cui annexa est Venus in Sole pariter visa, Anno 1639, d. 24 nov. St. V., Liverpoliae, à Jeremia Horroxio: nunc primum edita, notisque Illustrata. Quibus accedit succinta Historiola, Novae illius, ac mirae Stellae in Collo Ceti, pp. 111-145, Gedani 1662.

[15] A. Argoli, Ephemeridum iuxta Tychonis Hypothesis et coelo deductas Observationes. Tomus primus, ab anno 1631 ad annum 1640, Patavii 1638. Argoli è autore di un systema mundi geocentrico che, con scarsa originalità, riprendeva integralmente un’idea di Cicerone e Vitruvio, secondo i quali Mercurio e Venere orbitavano intorno al Sole che, a sua volta, era in moto intorno alla Terra.

[16] G.B. Carelli, Ephemerides Io. Baptistae Carelli placentini, ad annos XIX. Incipientes ab anno 1558 usque ad annum 1577. Venetiis 1558.

[17] G. Moleti, Ephemerides Io. Moletii mathematici Annis viginti inservientes, incipientes, que ab anno 1564, et desinentes ad annum 1584, Venetiis 1564.

[18] F. Bònoli, D. Piliarvu, loc. cit., pp. 144-145.

[19] G.A. Magini, Novae coelestium orbium theoricae, c. 7v., Venetiis 1589.

[20] G.A. Magini, Efemeride de i moti celesti, di Gio. Antonio Magini padoano per anni XX, dall’anno 1581, fino al 1600 secondo i fundamenti del Copernico, e Tavole Pruteniche, c. 27r, Venezia 1583.

[21] G.A. Magini, loc. cit., c. 1v.

[22] G. Moleti, L'Efemeridi di Gioseppe MOLETO matematico per anni XVIII., le quali cominciano dall'anno corrente di Cristo Salvatore, 1563 et si terminano alla fine dell'anno 1580, Venezia 1563.

[23] E. Garin, Lo Zodiaco della vita, pp. 8-9, Bari 1976.

[24]  F. Mezzavacca, Otia sive Ephemerides Felsineae, p. 241, Bononiae 1701.

[25]  F. Mezzavacca, De terraemotu libellus, Bononiae 1672.

[26]  G. Scala, L’efemeridi del Mag.co et Eccel.te Sig. Gioseppe Scala Siciliano, per anni dodici, le quali cominciano dall’Anno di Christo nostro Sig. 1589 e finiscono nel fine di Dicembre dell’Anno 1600, Venezia 1589.

[27]  G. Scala, loc. cit., nella dedica al Marchese Michele Spatafora.

[28]  G.A. Magini (con lo pseudonimo di G.B. Gazano), Giudicio del Sig. Giovan Battista Gazano sopra l’efemeridi mandate in luce dagl’Eccellenti Sig. Giuseppe Scala Siciliano e Marsilio Cognati Veronese, p. 3, Padova 1584.

[29]  J. Kepler, Tabulae Rudolphinae, Ulmae 1627.

[30] G.D. Cassini, Les elemens de l’astronomie, Memoires de l’Academie Royale des Sciences depuis 1666 jusqu’à 1699, t. VIII, p. 81, Paris 1730.

[31]  Comte de Pagan, Les Tables Astronomiques données pour la juste supputation des Planetes, des Eclipses et de figures celestes, avec les methodes de treuver facilment les Longitudes, tant sur la Mer que sur la Terre, Paris 1658.

[32]  J.B. Delambre, loc. cit., t. II, pp. 43-44, Paris 1821.

[33]  P. Lansberg, Tabulae coelestium motuum perpetuae, Middlesburg 1632.

[34] J.L.E. Dreyer, History of the planetary systems from Thales to Kepler, Cambridge 1906 (tr. it. di Libero Sosio, Storia dell'astronomia da Talete a Keplero, p. 387, Milano 1970).

[35] F. Bònoli, D. Piliarvu, loc. cit., pp. 154-158.

[36] J.-S. Bailly, Histoire de l'Astronomie moderne, t. II, p. 313, Paris 1785.

[37] Silvio Filomantio (pseudonimo di B. Cavalieri), Trattato della ruota planetaria perpetua, Bologna 1646.

[38]  Si veda: Scienziati del Seicento, a cura di M.L. Altieri Biagi e B. Basile, p. 225, Milano-Napoli, 1970. Nei cenni biografici del Cavalieri, i curatori del volume ritengono che, con La ruota planetaria, egli avesse voluto dimostrare chiari interessi astrologici. Lo stesso punto di vista è espresso da Lucio Lombardo Radice nella nota bibliografica a p. 32, che precede la Geometria degli Indivisibili, Torino 1966. 

[39] P. Frisi, Elogio di Bonaventura Cavalieri, in Operette scelte di Paolo Frisi, a cura di Pietro Verri, pp. 216-217, Milano 1825.

[40] B. Cavalieri, Nuova Prattica astrologica di fare le Direttioni secondo la via Rationale, e conforme ancora al fondamento di Kepplero per via di logaritmi, Bologna 1639.

[41] L’opinione di B. Pistacchio, che non condivido per le ragioni esposte nel testo, è che la Nuova Prattica fu un tentativo di ridare credibilità alla materia [astrologica]. (B. Pistacchio, L’insegnamento dell’astrologia nella università di Bologna, Strenna Storica Bolognese, anno XLII – 1992, p. 326). Si veda anche la nota n. 88.

[42]  B. Cavalieri, loc. cit., pp. 9-10.

[43] G. Montanari, L’astrologia convinta di falso, pp. 126-127, Venetia 1685.

 

TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE