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CONVEGNO GALILEIANO DI MACERATA 12-28 MARZO 2010 |


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Liceo Scientifico Statale “Galileo Galilei” – Macerata EANweb – European Astrosky Network Associazione Astrofili Crab Nebula
“MACERATA CITTA’ DELLA SCIENZA GALILEIANA 2010”
Macerata 12 - 28 marzo 2010 Tutte le manifestazioni in diretta web-TV sul sito: wwww.crabnebula.it
Documento a cura di Rodolfo Calanca e Angelo Angeletti
L’ONU ha proclamato il 2009 Anno Mondiale dell’Astronomia, su proposta del Governo italiano, che era stato sollecitato in tal senso dall’Unione Astronomica Internazionale, IAU. Questa Organizzazione, come riporta il testo della proposta di legge n. 5910 presentata in Parlamento l’8 giugno 2005 dai deputati Colasio, Realacci, Bimbi, Ascierto, Ruzzante, Zorzato, Milanato e Saia, “ha invitato il Governo italiano a farsi promotore presso le Nazioni Unite delle onoranze a Galileo Galilei. Queste non dovranno essere limitate a mostre e convegni, sia pure di altissimo livello, ma mirare anche alla realizzazione di strutture di ricerca e di diffusione della cultura scientifica che andranno a fare parte del patrimonio del nostro Paese”.
La proposta di legge porta il significativo titolo: “Disposizioni per la commemorazione del quattrocentesimo anniversario delle prime osservazioni astronomiche e della figura di Galileo Galilei” e, negli otto articoli che la compongono, si istituisce, tra l’altro, un Comitato per le celebrazioni (artt. 1 - 5) mentre, nell’art. 6, si prevede un finanziamento speciale a Padova ed alla Sua università, “per l’organizzazione di attività finalizzate a divulgare gli aspetti salienti della vicenda padovana di Galileo… tra tali attività è altresì prevista una serie di operazioni innovative, di carattere internazionale e con forte impatto sul territorio, realizzate mediante la ricerca di base, lo sviluppo di tecnologie di frontiera e i metodi della didattica universitaria…” .
2. Considerazioni di carattere storico sull’organizzazione delle celebrazioni italiane dell’Anno Mondiale dell’Astronomia
Nella stesura della PDL il Legislatore, incolpevole, è stato indubbiamente assistito e guidato da una forte “lobby” favorevole ad imperniare tutte le attività celebrative intorno alla città ed alla università di Padova. Purtroppo però, così facendo, si corre il rischio di trasformare questa celebrazione di Galileo e dell’astronomia (con l’imprimatur del Parlamento) in un affare monopolizzato, circoscritto e consumato all’interno dei circoli universitari di una singola città, con pochissimo vero spazio ufficiale in direzione di un’ampia, corretta, comunicazione dell’evento capace di coinvolgere realmente il grande pubblico, giovani e giovanissimi compresi.
Il fatto che, in questa occasione, Padova si sia arrogata, in una misura che ritengo eccessiva, il diritto di monopolizzare la figura di Galileo ha, francamente, degli aspetti che credo sfiorino la stravaganza. Ciò apparirà in tutta la sua incontestabile evidenza solo se ci sforzeremo di riconsiderare la figura e le vicende dello scienziato toscano, con una analisi storica basata esclusivamente sui fatti, evitando di farsi forviare da interessati travisamenti strumentali. Provo a spiegare il mio pensiero attraverso una ricostruzione storica non condizionata da interessi di bottega.
Agli inizi dell’ultimo decennio del Cinquecento Galileo a Padova non vuole neppure andarci, è per lui una soluzione di ripiego. L’idea non lo seduce: è troppo lontana da Pisa e Firenze e vi regnano alcuni degli accademici più saccenti e bacchettoni del continente. Vorrebbe rimanere nei paraggi dei territori medicei, dove ancora spera di poter tornare con un qualche incarico di prestigio. Soprattutto, però, mira a lavorare in un ambiente che gli conceda piena libertà intellettuale e che non lo ostacoli nello studio di alcuni temi “scientifici” che a quel tempo sono osteggiati e godono di scarsissima considerazione nel variegato mondo universitario. Ad esempio, alcuni degli argomenti che esercitano un irresistibile fascino sulla sua acutissima mente riguardano i principi di una cinematica e di una dinamica del moto decisamente anti-aristotelici.
Alla fine, accetta la cattedra nella città veneta spinto da pressanti necessità economiche e dopo un umiliante rifiuto da parte dello Studio bolognese. E’ troppo giovane per poter aspirare ad una cattedra dell’Alma Mater, la più antica del mondo; ha poi innumerevoli altri difetti: è sconosciuto, il suo curriculum studiorum è considerato non convenzionale e non è che abbia dimostrato quella grande dimestichezza con gli epicicli e gli equanti di Tolomeo che la prestigiosa cattedra esige.
Gli viene così preferito un pomposo astrologo, un acclamato specialista di calcolo delle “effemeridi” planetarie, che sono indispensabili per trarre sia infallibili oroscopi, sia per accertare le date corrette alle quali somministrare i medicamenti della farmacopea galenica. Solo dopo che l’astrologo ufficiale, nonché illustre professore di “matematiche”, ha affisso ai portoni dello Studio le sue deduzioni celesti, tratte dalle congiunzioni, quadrature e sizigie planetarie, i medici possono finalmente elargire, nei giorni canonici, i purganti, gli ematici e la giusta dose di salassi. Per oltre cinquecento anni una interminabile fila di riveriti accademici ha affisso i propri “giudizi” astrologici ai portoni di quell’antichissima dimora del sapere.
Con il senno di poi ci potremmo anche indignare: ma come l’università di Bologna preferisce un astrologo a Galileo, uno dei più grande geni della scienza? Purtroppo, però, le cose quasi mai vanno nella direzione indicata dal “senno di poi”. La realtà era ed è assai più prosaica, più vicina alle situazioni contingenti, alle difficoltà quotidiane, senza quei colpi d’ala che, a distanza di secoli, tendiamo ad attribuirle, colorandola oltremisura con la forza del mito e della tradizione; in altre parole, trasformandola in una “storia” troppo spesso fantasiosa. La realtà nuda e cruda è che, in quegli anni giovanili, il Galileo che conosciamo, così geniale, ambizioso, spontaneo, rissoso, amante della vita, della tavola, del buon vino e delle belle donne, se non trova un impiego, subito, rischia la fame.
L’università padovana non gli offre una cattedra di “prima” grandezza. Ha semplicemente bisogno di un “tecnologo” che non gli costi troppo ma che sia dotato di un sicuro talento per la progettazione e la costruzione di strumenti scientifici e di macchine. Nella sfarzosa società lagunare, ormai inesorabilmente avviata al declino (uno splendido tramonto, cinto com’è dalla magnifica aura crepuscolare che riverbera tra i suoi palazzi e le sue calli), il suo non è certamente considerato un incarico di grande prestigio. Galileo non riceve mai inviti “politici” prestigiosi, anche se ha amici influenti, tra i quali, stimatissimo, il servita Paolo Sarpi, storico e uomo politico di vastissima cultura. Queste amicizie, sia pur preziose, non lo hanno però quasi mai messo in contatto con i centri del vero potere dell’ultima potenza marinara europea rimasta nel Mediterraneo.
Galileo è consultato, sicuramente fin troppo spesso, dai “tecnici” della Repubblica per problemi di natura pratica, legati ai commerci, alla navigazione ed alle necessità militari. In una lettera si lamenta di essere sottoposto ad un continuo bombardamento di richieste da parte dell’Università, dall’Arsenale, dalle vetrerie di Murano, che lo distraggono dai suoi studi prediletti. Ma i frutti del suo impegno nel laboratorio al piano terreno della sua abitazione sono comunque tangibili. Inventa, infatti, una speciale “bilancia” e un compasso “geometrico militare”. Quest’ultimo gli crea però non pochi grattacapi legati alla sua primogenitura, perché, con la sua solita irruenza, si fa trascinare in una acrimoniosa disputa con Baldassarre Capra. Per arrotondare lo stipendio, che è solo una frazione di quello dei docenti più acclamati, è anche costretto ad ospitare in casa sua studenti di diverso lignaggio e a tenere sempre attivo il laboratorio nel quale, tra l’altro, fabbrica occhiali da vista su ordinazione.
Nel 1609 è ancora talmente oppresso da problemi economici (deve finire di pagare la dote per una sorella, mantenere altri cinque fratelli, la madre, tre figli nati fuori dal matrimonio, ecc.) che, quando scopre che in Europa stanno circolando degli “occhiali” capaci di avvicinare gli oggetti e ne comprende immediatamente le potenzialità, non esita ad avventurarsi in un gioco pericoloso, che sembra quasi dettato da una sorta di ansiosa disperazione. Grazie alla sua competenza nella fabbricazione di lenti per correggere la vista, in pochi giorni realizza un esemplare di “occhiale” perfettamente funzionante e, senza por tempo, con l’aiuto di alcuni nobili amici veneziani, ottiene un’udienza davanti al Senato della Repubblica. Con una indubbia faccia tosta, annuncia al Doge, e a tutti i notabili riuniti, che il cannocchiale, frutto di sue, non meglio precisate, speculazioni “fondate sulla dottrina delle rifrazioni”, ha una grande importanza militare. Segue una magistrale dimostrazione delle potenzialità dello strumento dal campanile di S. Marco. E’ chiaro anche ai suoi contemporanei, testimoni diretti degli avvenimenti, che il gioco di Galileo non è proprio limpidissimo perché a Venezia già si sono visti degli “occhiali” francesi, anche se di qualità assai inferiore a quelli da lui fabbricati. Il Senato, pur consapevole di non trovarsi di fronte ad una vera “invenzione”, non ha alcuna esitazione a raddoppiargli lo stipendio.
E’ da questo momento, cruciale per la sua vita non solo professionale, che Galileo rinsalda l’intenzione di tornare a Firenze. Immagina che l’infallibile veicolo che finalmente gli spalancherà le porte di palazzo Pitti, accolto da due ali di folla, sarà proprio “l’occhiale”, uno strumento che, nonostante la sua dimostrata efficacia, è ancora erroneamente considerato alla stregua di un curioso, divertente, giocattolo perchè composto da due semplici “lenticchie” di vetro levigate, montate alle estremità di un volgare tubo di piombo e dal funzionamento sconosciuto. Nella seconda metà di quell’anno memorabile, con un accanimento ed una perseveranza assolutamente sbalorditivi (in una lettera ad un suo corrispondente dichiara di aver strenuamente lavorato, in quei pochi mesi, decine e decine di lenti, conservando solamente le quattro o cinque migliori), Galileo perfeziona lo strumento e, finalmente, lo rivolge al cielo. La fretta è giustificata dal fatto che teme di essere preceduto nella scoperta di quelle “novità celesti” che, ne è certo, sono alla portata del suo eccellente cannocchiale. Sarebbe poi inammissibile perdere quel vantaggio che sa di aver acquisito grazie alla sua abilità di fabbricante di lenti. E’ un timore, questo, che ben presto si rivela privo di fondamento. E’ vero che in quei mesi alcuni tra i più spregiudicati “filosofi naturali” d’Europa rivolgono il cannocchiale verso il cielo, ma è altrettanto vero che nessuno di essi accetta incondizionatamente il responso fornito dallo strumento. Sono infatti troppo radicate nell’inconscio collettivo quelle credenze, ormai secolari, sulla natura e sulla costituzione dei corpi celesti, assolutamente non corroborate dal nuovo strumento. Il genio si manifesta, anche e soprattutto, nella fantastica capacità di saper spiccare, in perfetta solitudine, un salto intellettuale e psicologico di una portata vertiginosa.
Nel corso di poche notti serene di un freddo e brumoso inverno padano, durante le quali Galileo, con l’occhio incollato al cannocchiale, scruta sbalordito la volta stellata, l’intero castello dell’astronomia e della cosmologia aristotelico-tolemaica, dopo un lungo dominio durato quasi 1500 anni, crolla rovinosamente. Con il successo pressoché immediato, la grande avventura, umana e scientifica di Galileo sembra finalmente imboccare una strada che porta a mete di cui non si intravedono i confini. Non è più un ragazzino ma un battagliero (quasi) cinquantenne di inarrivabile talento. D’ora in avanti, la sua personale, straordinaria parabola conoscerà lampi di gloria e riconoscimenti senza pari, ma sarà anche tormentata da rivalità, amarezze e dolori indicibili. Indubbiamente, il momento di maggior afflizione sarà raggiunto nel corso del tristemente famoso “processo” del 1632.
Il 12 marzo 1610 esce a Venezia il “Sidereus Nuncius”, nel quale Galileo annuncia, in un latino asciutto e misurato, che la sfera celeste, vista attraverso il suo potente “cannone”, è assai diversa da quella percepita dagli occhi degli antichi e così indegnamente assecondata dai suoi sprovveduti contemporanei. La Luna non è formata da una sostanza eterea, ma ha montagne ed enormi crateri; Giove ha quattro satelliti; Venere presenta delle fasi che Tolomeo non può assolutamente spiegare. Prende inaspettatamente corpo l’immagine di un sistema del mondo eliocentrico, esattamente quello che un oscuro prete polacco, tre quarti di secolo prima, ha ripreso, riformulandole, vecchie idee di ormai dimenticati filosofi greci. Lungi dall’essere un semplice modello matematico utile per i calcoli astronomici, la centralità di un Sole circondato da pianeti orbitanti, acquisisce, di colpo, conferma e indubbia attendibilità.
E’ convinzione comune che il “Sidereus”, che fin dal suo apparire ebbe una risonanza vastissima, sia una delle pietre miliari della “nuova” scienza. Forse, in un’ottica storicamente più aderente ai fatti, anziché celebrare il 1609, avremmo dovuto concentrare la nostra attenzione alla primavera dell’anno successivo, vero anno mirabilis, quando l’editore Tommaso Baglioni di Venezia fa uscire dalla sua tipografia questo piccolo, fondamentale volume, ricco di così tante novità esplosive, capaci di sovvertire la nostra concezione del cosmo. Non è eccessivo ribadire che ci sono forse solamente altre due o tre opere scientifiche che hanno avuto un’importanza altrettanto determinante, dal punto di vista emblematico e sostanziale, nello sviluppo del pensiero scientifico e filosofico degli ultimi quattro secoli.
Galileo, alla metà del 1610, è ormai fermamente deciso a tornare a Firenze. Fa di tutto per tornare, lusinga, adula, si prostra senza alcun ritegno. Addirittura, dedica a Cosimo de’ Medici il “Sidereus” e assegna il nome di “pianeti medicei” ai quattro satelliti di Giove da lui scoperti il 7 gennaio di quello stesso anno. Quando è finalmente nominato “filosofo e matematico” del Granduca di Toscana, lascia in gran fretta Padova senza manifestare particolari rimpianti ma è anche inseguito da qualche critica non certo benevola. Una scia di dissapori, alimentata da alcuni degli amici veneziani, che, indignati, lo accusano di ingratitudine, lo inseguirà fino a Firenze.
In realtà, il periodo padovano gli ha dato sì delle soddisfazioni, ma certamente non commisurate alle sue ambizioni ed alla sua intelligenza. Da parte sua, l’università della città del Santo non ne ha pienamente compreso il talento e neppure adeguatamente valorizzato le potenzialità. Solamente nell’ultimo anno della sua permanenza gli viene corrisposto uno stipendio che finalmente lo equipara a quello dei docenti più prestigiosi. Quando scatterà la vastissima e devastante polemica sulle sue scoperte astronomiche, si scoprirà che alcuni dei suoi avversari più agguerriti ed irriducibili sono annidati proprio nell’Ateneo che lo ha ospitato per diciotto anni. Ma animose e virulente critiche, spesso al limite della pura maldicenza, gli piovono addosso praticamente da ogni università italiana, da Pisa, Bologna (qui l’astrologo che gli ha soffiato il posto quasi vent’anni prima, Giovanni Antonio Magini, è abilissimo nel fomentare l’animosità dei docenti di astronomia, non solo della penisola, nei confronti delle scoperte galileiane), passando per Perugia, Ferrara, ecc.
Alla luce di ciò che accadde nel periodo padovano della sua vita, leggere che la sua vecchia università avrà, oggi, un ruolo portante nella celebrazione delle sue scoperte astronomiche, ha un certo ironico sapore di beffa. Se Galileo avesse avuto la possibilità di scegliere una luogo dove commemorare le sue scoperte astronomiche, probabilmente avrebbe dato indicazioni ben diverse, certamente lontane da una qualsiasi istituzione universitaria. Nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, considerato unanimemente il suo “manifesto copernicano”, aveva vagheggiato un’ideale “Città della Scienza”, i cui abitanti si sarebbero riconosciuti tra loro sulla base della competenza e della qualità della “filosofia” professata, che non era certamente quella, bacchettona, di moltissimi suoi colleghi accademici.
Oggi, nel nostro Paese, esistono agglomerati urbani dove è possibile dar vita, almeno per un periodo limitato di tempo, ad una “Città della Scienza”, nella quale si rispecchiano, in una qualche misura, le idee della scienza galileiana e dove sia possibile ricordarne, degnamente, le scoperte?
3. MACERATA CITTA' GALILEIANA DELLA SCIENZA 2010
Se Galileo avesse avuto la possibilità di scegliere una luogo dove commemorare le sue scoperte astronomiche, probabilmente avrebbe indicato luoghi molto lontani da una qualsiasi istituzione universitaria. Nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, considerato unanimemente il suo “manifesto copernicano”, aveva vagheggiato un’ideale “Città della Scienza”, i cui abitanti si sarebbero riconosciuti tra loro sulla base della competenza e della qualità della “filosofia” professata, che non era certamente quella, bacchettona, di moltissimi suoi colleghi accademici. Macerata, antica città di cultura e d’arte ha le caratteristiche giuste per essere definita “Città galileiana della scienza”, che così possiamo riassumere:
L’obiettivo delle manifestazioni è quello di costruire un significato collettivo della commemorazione di un avvenimento di importanza capitale per la cultura e la scienza, ed attorno ad esso costruire “comunità”. Sappiamo che un evento di grande respiro, se vissuto in modo coinvolgente e profondo, cambia il senso del tempo e dello spazio all’interno della città, così come scrisse Calvino in alcune mirabili pagine di “Città invisibili”, in un dialogo tra Marco Polo e Gengis Khan: “E’ l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su… Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra, nei rigagnoli… Non puoi dire che un aspetto della città sia più vero dell’altro…”. Le iniziative si sviluppano in tre grandi aree tematiche: l’area scientifica, quella letterario-umanistica e quella artistica.
LE MANIFESTAZIONI GALILEIANE A MACERATA
Venerdì 12 marzo 2010
ore 17:00, Biblioteca Comunale Mozzi-Borgetti, inaugurazione della mostra “Galileo e la Rivoluzione scientifica nei libri antichi della Biblioteca Mozzi-Borgetti”. L'introduzione alla mostra virtuale di Rodolfo Calanca è: introduzione alla mostra
ore 18:00, Galleria Galeotti, inaugurazione della mostra: “Dal tramonto all’alba” dell'astrofotografo Marco Meniero
ore 21:00, Auditorium San Paolo, conferenza di Alberto Righini, “La vicenda umana e scientifica di Galileo”
Sabato 13 marzo
dalle 9:30 alle 13:00, Auditorium San Paolo, conferenze: “La Rivoluzione Scientifica e il Sidereus Nuncius”.
dalle 15:30 alle 18:30, Aula Magna dell’Università, conferenze: “La Rivoluzione Scientifica e il Sidereus Nuncius”
ore 21:30 Teatro Don Bosco, CONCERTO: "Musica e poesia per Galileo"
Esecuzione in prima assoluta di un brano del compositore Italo Vescovo, dedicato a Galileo e ispirato ad immagini di astri e costellazioni. Chiarastella Onorati, mezzosoprano, e Giulio De Luca, pianoforte, proporranno un repertorio di arie di Francesco Paolo Tosti, Giuseppe Martucci, Giacomo Puccini su testi letterari legati all'universo astronomico. I brani saranno intervallati dalla lettura di pagine di Galileo e altri. Il concerto ha il duplice scopo di rendere omaggio a Galileo, sottolineando l’importanza della musica nella sua formazione e nella sua concezione dell’universo: figlio di Vincenzo Galilei, musicista e teorico della musica, trasse le prime basi verso la fondazione della moderna fisica matematica dall'esperienza diretta della pratica musicale vissuta nella sua famiglia: “… Non ammireremmo noi un musico, il quale cantando e rappresentandoci le querele e le passioni d'un amante ci muovesse a compassionarlo, molto più che se piangendo ciò facesse? e questo, per essere il canto un mezzo non solo diverso, ma contrario ad esprimere i dolori, e le lagrime et il pianto similissimo. E molto più l'ammireremmo, se tacendo, col solo strumento, con crudezze et accenti patetici musicali, ciò facesse, per esser le inanimate corde meno atte a risvegliare gli affetti occulti dell'anima nostra, che la voce raccontandole.” Offrire uno spunto di riflessione, un momento di sintesi fra vari linguaggi, artistico e scientifico, che dall’antichità classica fino all'età contemporanea sono stati intimamente legati fra loro, sia pure in forme diverse: è indubbio che i corpi celesti e lo spazio hanno alimentato con le loro suggestioni affascinanti la creatività di grandi compositori, poeti, pittori.
Domenica 14 marzo
dalle 9:30 alle 13:00, Aula Magna dell’Università “L’astronomia d’osservazione in Italia. Idee e proposte”.
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