© Rodolfo Calanca, 2005 - Recensioni libri scientifici moderni

 

 

 

Enrico Bellone, La stella nuova. L’evoluzione e il caso Galileo, Einaudi Editore, 2003.

pp. 164, formato 13,5 x 21 cm.

Prezzo: euro 17,00

 

 

 

 

Enrico Bellone, La stella nuova. L’evoluzione e il caso Galileo, Einaudi Editore, 2003.

 

Recensione di Rodolfo Calanca

Questo complesso ma interessantissimo libro di Enrico Bellone, docente di Storia della Scienza all’Università di Milano e direttore della rivista Le Scienze, cerca di fornire la risposta ad una domanda cruciale: il progresso delle nostre conoscenze scientifiche è lineare oppure è soggetto ad una evoluzione darwiniana di mutazione e selezione?

Bellone, nella nota preliminare, sintetizza molto bene il proprio pensiero con queste parole: “dovremmo imparare a leggere l’evoluzione culturale in rapporto ai processi cognitivi di cui abbiamo documentazione e che si sono manifestati come vere e proprie mutazioni sulle quali hanno operato varie forme di selezione. Questo significa che l’evoluzione culturale è un settore dell’evoluzione degli organismi viventi. In quanto tale, essa non ha una direzione precostituita di sviluppo verso qualcosa, non contiene in sé  alcuna distinzione interessante tra ciò che siamo abituati a etichettare come mondo dei fatti e mondo dei valori”.

Per sostenere questo punto di vista, l’Autore esamina un periodo della vita di Galileo per cercare di identificare quelle mutazioni del pensiero che sono state selezionate dall’ambiente culturale circostante.

Nel corso della sua trattazione egli arriva a mostrarci che il grande scienziato conseguì i suoi risultati più importanti ed originali al di fuori delle sue aspettative e dei suoi desideri. A conferma del fatto che, quando si crede di scorgere nello sviluppo della scienza un percorso ben delineato e facilmente percorribile, in realtà stiamo applicando “a posteriori i nostri schemi narrativi e le nostre credenze sui rapporti di verità che dovrebbero sussistere tra enunciati scientifici, fatti e regole di dimostrazione”.

Attraverso l’illustrazione di precisi episodi, tra loro strettamente collegati, tra i quali ricordiamo l’apparizione della stella “nova” del 1604, l’applicazione del cannocchiale all’osservazione astronomica e le esperienze sul moto “locale”, Bellone dimostra che le grandi scoperte galileiane non ubbidiscono a una logica precostituita o a regole di metodo.

Il faticoso convergere del consenso intorno alle “varianti” galileiano proveniva dalle competenze presenti in una minoranza di esperti ed il rigetto di tali “varianti” dalle tendenze conservatrici degli aristotelici, per i quali l’innovazione era da respingere in quanto minacciava consolidati interessi politici e religiosi.

L’ambiente entro il quale operava Galileo era quindi essenzialmente sfavorevole ad accogliere le sue “novità”, che invece risultarono perfettamente adatte all’ambiente un secolo dopo quando tutti si professavano galileiani e newtoniani.

D’altra parte, come scrive efficacemente William Shea, uno dei maggiori studiosi di Galileo, agli inizi del Seicento, nessuno “avrebbe spezzato una lancia a favore della natura progressiva della conoscenza umana […] Era convinzione diffusissima dell’epoca che i problemi o apparivano irresolubili o erano già stati risolti e le risposte, almeno nelle grandi linee, si trovavano nelle grandi opere del passato”. 

In conclusione del suo saggio, Bellone ricorda che “Homo sapiens sta per disporre di teorie e manufatti capaci di inserire alcune prime e timide correzioni nei meccanismi di sviluppo di parecchie forme viventi. Se fossimo talmente saggi da percepire la portata queste innovazioni, allora potremmo addirittura programmare diverse nostre attività su basi previsionali sufficientemente ragionevoli, così da controllare numeri crescenti di eccessi, carenze e patologie, e porre maggiormente al riparo la nostra specie da rischi di estinzione. Potremmo inventare il progresso e mettere nel sacco l’evoluzione”.

E’ questo capoverso ad essere stato fortemente contestato dal filosofo Umberto Galimberti, il quale sostiene che l’uomo non può più governare la tecnica, ed ogni tentativo di subordinarla ai disegni umani fallisce per impraticabilità. Ma questa è già un’altra storia…

 

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