© Rodolfo Calanca, 2005 -  NOTE SUI RAPPORTI TRA ASTROLOGIA E ASTRONOMIA

 

Rodolfo Calanca

 

 

NOTE SUI RAPPORTI TRA ASTROLOGIA E ASTRONOMIA

 

Oggi, in un mondo dove, forse però solo in superficie, regna la scienza e la tecnologia, i mezzi d’informazione non vanno molto per il sottile e spesso confondono l’astronomia con l’astrologia, dimostrando palesemente che l’antica arte della predizione non è stata affatto sradicata dalla nostra cultura.

Come spiegare la tenace vitalità di un sistema di pensiero che sembra emergere dalle brume di un lontano passato prescientifico?

Il grande filosofo rinascimentale Giovanni Pico della Mirandola scriveva, a proposito dell’astrologia, queste accorate parole: “non si può trovare facilmente un’arte che racchiuda nei suoi forzieri maggiori speranze, che prometta beni più grandi e desiderabili. Si erige a depositaria della scienza… [laddove] è la frode più pericolosa di tutte perché è lei […] a corrompere la filosofia, a inquinare la medicina, a indebolire la religione […] a rendere gli uomini meschini, tormentati, inquieti, a farli liberi servi e a dare esito sfortunato a quasi tutte le loro azioni”. Ma, alle parole del filosofo, si opponeva il ben noto aforisma, attribuito erroneamente a Tolomeo: “l’anima saggia partecipa anche all’attività delle stelle”.

L’astrologia, parola composta che deriva dal greco e significa “discorso intorno agli astri”, ha per millenni prosperato presso tutte le principali civiltà, dai babilonesi ai maya, dai greci ai romani,  costituendo la punta dominante dell’esoterismo fino al XVII secolo inoltrato.

Essa si distingue in “astrologia naturale”, che predice i cambiamenti del tempo e “astrologia giudiziaria”, che indaga gli astri per predire gli eventi futuri.

Secondo gli storici più accreditati, la sua caratteristica essenziale è che vuol essere insieme “religione” e “scienza”, cioè un ibrido forse inconcepibile per l’uomo moderno ma che, fino al Seicento inoltrato probabilmente costituiva, agli occhi sia dei dotti che degli ignoranti, il suo maggior pregio.

Per il raffinato poeta latino Manilio, ma non solo per lui, l’astrologia era rivelazione divina: “chi potrebbe conoscere il cielo, se non per il dono del cielo? E chi trovare Dio, se non colui che è parte degli dèi?

Nel passato, gran parte del prestigio “scientifico” dell’astrologia derivava dalla stretta combinazione con l’astronomia, della quale sfruttava la precisione e l’esattezza nella determinazione delle posizioni planetarie. Anzi, per tutto il medioevo, astronomia e astrologia furono termini utilizzati indifferentemente come sinonimi. Marco Polo, nel suo Milione, usava la parola “astrolamo” (= astronomo), sinonimo di astrologo: “Tutti li re, duchi…, astrolami e falconieri … vengono alla sala”.   

Non bisogna però dimenticare che anche l’armonia matematica del cosmo, che sembrava esprimersi attraverso certi “numeri sacri”, contribuiva ad accrescerne la popolarità. Tra questi il “sette”, numero delle stelle nell’Orsa Maggiore e Minore, nelle Pleiadi e dei pianeti (prima della scoperta dei tre più esterni), compresi la Luna e il Sole. Anche il “dodici” ed il “trenta” avevano un significato fondamentale. Il primo perché collegato al numero dei segni zodiacali, il secondo perché riconduceva ai giorni del periodo lunare e agli anni del periodo di rivoluzione di Saturno. Il prodotto dei due precedenti numeri, “360”, era un numero sacro di grande valore, in quanto equivaleva al numero dei gradi dello zodiaco e a quello, approssimato, dei giorni di un anno solare.

   

Intorno all’astrologia era nato un linguaggio simbolico e metaforico ricchissimo e assai articolato, con termini arcani, oggi desueti, quali “alfridaria”, ovvero l’influenza attribuita successivamente a ciascun pianeta; “anareto”, pianeta che annunziava la morte, oppure “afeto”, pianeta che dava la vita.

I resti di un vocabolario siderale di derivazione astrologica sono sedimentati in numerose parole ancora di uso comune, quali “considerare” (dal latino cum e sidus, astro), il cui significato originario derivava dalla convinzione che gli astri agissero quando pensiamo all’esistenza nostra, come individui, e del mondo; “influenza”, nel senso di epidemia, significava l’azione negativa proveniente dagli astri sulla salute. E, ancora, “desiderare”, nel senso di ricavare dagli astri auspici per le nostre aspirazioni oppure, “gioviale” persona che è sotto il benefico influsso di Giove. Altri termini sono: “lunatico”, “marziale”, “disastro”, “venereo”, “saturnino”, ecc.

La parola “astronomia”, nel XIV secolo era anche “stronomia” e contava su dei derivati quali “astronomare”  e “astronomizzare” (in uso nel ‘500 e ‘600), col significato di insegnare astronomia. Derivati che contengono la radice comune “astro” sono “astreggiare”, scintillare come un astro, oppure il (brutto) termine “astrofilo”, introdotto nella lingua italiana da Isidoro Baroni nel 1900. La parola “astrofisica” sembra essere stata coniata nell’ultimo decennio dell’Ottocento.

 

Si intuisce facilmente che cosa nell’astrologia possa suonare strano e assurdo all’uomo moderno. In primo luogo, il connubio tra “religione” e “scienza”, poi, il suo basarsi su di una astronomia e una cosmologia ormai vecchia di secoli.

Ma non si può non condividere quanto sostenevano gli storici F. Boll, C. Bezold e W. Gundel: “non si deve dimenticare quanto v’è di grande e storicamente significativo nell’astrologia. Essa tramanda nei millenni, la fede orientale nelle stelle e compie il tentativo di un’incredibile audacia di interpretare il mondo come un Tutto e in questa totalità grandiosa, che unisce sotto l’impero di un’unica legge tutti i viventi, inserisce anche l’uomo”.  

 

 

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